Wendy Rene, after laughter comes…tears

Saranno almeno 5/6 anni che durante le infinite sessioni di digging che metto in atto nei negozi di dischi di mezzo mondo (New York, Londra, Chicago, Amsterdam, Monaco, Berlino, Bologna ecc. ecc.) immancabilmente mi muovo al termine dagli scaffali alla cassa chiedendo, a volte timidamente, a volte con molto più coraggio a seconda della dose di black music di cui mi pare fornito il negozio, se per caso, tra i classici scatoloni ammassati e polverosi che contraddistinguono i reparti soul/ghospel, ci sia per caso traccia di una certa “Wendy Rene” e del suo “After Laughter comes tears“.

“Whuat da ya say? Guendy Twene?” la risposta che più di una volta mi sono sentito dire. “I dunno“, l’altra classica. “Never heard ’bout it”, la più scoraggiante.

Ma sì, è la soulsinger campionata dal Wu-Tang Clan in 36 Chambers per il pezzo Tearz. Niente, vuoto assoluto.
Solo una volta, in un negozio Jazz di Chicago, un commesso mi ha dato, non dico una speranza, ma almeno il sentore che non mi stessi inventando tutto e che quel pezzo apparso poi anche in colonne sonore prestigiose come quella di Slevin patto criminale, e re-interpretato in maniera magistrale non troppo tempo fa (2007) persino da Alicia Keys per il suo album “As I am”, esistesse sul serio e non solo nella mente di un ragazzo bianco proveniente da un paese sperduto nell’alto Trentino che di soul si suppone debba saperne meno di zero. Ora non mi considero certo un esperto totale in materia, ma un po’ mi sento di masticarla sta storia della black music e del suo percorso e se i Wu-Tang hanno campionato Wendy Rene e la Stax records l’ha messa sotto contratto nel ’64 qualcuno doveva e dovrà pur conoscerla! Eppure niente di niente, nada, zero, nisba.
Fino al 10 febbraio 2012…data nella quale l’etichetta di Seattle, lontana solo apparentemente dall’influenza musicale del lungo Mississipi e del Tennesse, luogo dove dimora tutt’oggi la vecchia vedova Wendy, l’etichetta dicevo che va sotto il nome di “Light in the Attic” ha deciso di recuperare, rimasterizzare e ristampare in doppio vinile da 180 grammi, ogni singolo pezzo mai inciso (2 inediti compresi) da Wendy e dal suo gruppo soul “The Drapels“. Un piccolo sogno musicale che diventa realtà.

Il disco è accompagnato da una lunga intervista a Wendy fatta proprio a casa sua nel Tennesse nel novembre 2011. Vi si legge la genesi del pezzo che l’ha resa celebre (almeno fino a quando la memoria dell’umanità intera è stata resettata e lei è canduta nel dimenticatoio), la storia commovente degli inizi con la Stax (l’etichetta soul più importante della storia della musica che ci ha regalato Othis Redding, The Bar-Kays, Isaac Hayes, Brooker T) all’età di 17 anni e si apprende della solarità di questa donna oggi rimasta sola in mezzo ai vecchi ricordi dei tempi che furono. I suoi figli qualche anno fa le hanno fatto sentire i pezzi dei Wu-tang e di Alicia che riportano i sampler di After Laughter, ci raccontano abbia sorriso e abbia detto “What? My Song? That Old? What?”.

E così la magia continua, fomentata da qualche rara immagine di Wendy scattata ai tempi che furono.
Ecco, se c’è una musica che ha valore, anche se ristampata e confezionata per i feticisti del genere, per me è questa, per la storia che ha avuto (come dimenticare le note di tearz del Wu Tang suonate da RZA durante il concerto al link del marzo 2003?), per la ricerca che ha richiesto, per le emozioni che mi ha dato tenere in mano finalmente un oggetto fisico con dentro incisa la voce di Wendy Rene. Impagabile.

Luke

Max Producer presents: Supercluster

Supercluster è il brano prodotto da Max Producer (Groovenauti, Occhi di Astronauti) per il mixtape di Sistema Assonnato “La città verrà distrutta domani” che anticipa l’uscita dell’omonimo album del gruppo formato da Max e Polly (from Lato Oscuro della Costa) e denominato Occhi di astronauti“.

Buon ascolto, buona visione.

Max Prod – Supercluster [Occhi di Astronauti] from Occhi di Astronauti on Vimeo.

La città verrà distrutta domani: il mixtape! – by Sistema Assonnato feat Occhi di Astronauti

È FINALMENTE DISPONIBILE IN FREE DOWNLOAD:

“La Città Verrà Distrutta Domani [the mixtape]” by Sistema Assonnato

21 selected and mixed tracks by Sistema Assonnato
2 “Occhi di Astronauti” original tracks: “Destroy” & “Supercluster”


DOWLOAD IT HERE

TRACKLIST:

01 Groove Armada / Hasta Luego Mr. Fab
02 Occhi di Astronauti / Destroy
03 Sub version / Free to Funk
04 Wu tang clan / Pencil my Piano
05 Ras G & The Alkebulan Space Program / Ancestrial Echoes
06 Robot Koch / Lights
07 Harmonic 313 / Falling Away ft. Steve Spacek
08 Delitto Perfetto / Ferrara
09 Burial / Shutta
10 Eskmo / Cloudlight
11 Robot Koch / Verbal Bruises
12 Shabazz Palaces / Swerve the Reeping of …
13 The Cool Kids / One Two
14 Jakob Hilden / Ground n Pound
15 Marquez ill / Komma Klar
16 JSBL / The Flu (Dorian Concept rmx)
17 Zero db / Anything’s Possible
18 Flako & Dirg Gerner / I want you
19 Röyksopp / A higher Place
20 Flying Lotus / Massage Situation
21 Occhi di Astronauti / Supercluster

E a breve in uscita l’album completo di Occhi di Atronauti “La città verrà distrutta domani”.

More info on: http://www.occhidiastronauti.com/

Una per JDilla

Fosse ancora vivo oggi sarebbe stato il suo compleanno. James Yancey in arte JDilla, semplicemente il più importante produrre hiphop (se proprio vogliamo confinarlo in un genere) degli ultimi 10 anni, una delle figure più influenti nella musica afro-americana di sempre. Uno che faceva musica, semplicemente. Che ha prodotto sul letto di morte (lupus renale) il suo ultimo disco. Voglio ricordarlo con qualche aneddoto e con un video, bellissimo omaggio nato da un fan all’interno del concorso video indetto da Stones Throw lo scorso anno.
Anno 2000: infilo il disco di Common “Like water for chocolate”, arrivo a “The Light”: capisco che un altro tipo di hiphop è possibile. Pace con il mondo attorno.
Anno 2003: in una vecchia compila di Groove sento per la prima volta “The Red” realizzata a 4 mani con Madlib per il disco Champion Sound. I pezzi party ascoltati fino a quel momento perdono improvvisamente di senso e muoio dalla voglia di suonare il pezzo alle jam. Parte la ricerca disperata del campione di voce utilizzato. Ne cerco le tracce ancora oggi…
Anno 2010, Splash Festival a Ferropolis (DE), sul palco sale Guilty Simpson e parte “Stress”, un brivido indicibile mi percorre le vene. Pelle d’oca ancora adesso a pensarci.
Oggi, 7 gennaio 2012, mi alzo di corsa per andare al lavoro, infilo la mano in un cassetto ed estraggo una maglietta in modo del tutto casuale. Più tardi nel corso della giornata noterò che è quella di JDee: Rest in Beats 1974-2006 (10 febbraio). Magia.
Grazie J. Continui ad emozionarmi e a farmi amare la black music.

Luke

 

From New Zeland with love: l’ondata reggae-soul-dub che fa bene alla musica.

Di recente mi sono concentrato sulla provenienza geografica di alcuni dei musicisti che più mi hanno dato in termini di emozioni e stimoli in questi ultimi 2/3 anni. Ne è emersa una mappa insolita, quantomeno se paragonata a quella che idealmente avrei potuto compilare qualche anno fa. Le zone calde (e l’aggettivo non è casuale dato il tipo di musica) risultano quindi posizionate e concentrate sopratutto nell’emisfero australe, in corrispondenza di quella zolla di terra che va sotto il nome di Nuova Zelanda. E’ lì dove gli stereotipi cadono, dove la creatività si fa più forte e dove certi tipi di suono possono sprigionarsi senza troppo badare all’evolversi delle scene musicali maggiormente considerate, vedi quella del nord Europa per ciò che riguarda la musica elettronica (e con questo termine comprendo dal dub-step al dub-soul ma anche elettronica in senso stretto e quella zona grigia tra electro djing ed hiphop) e quella americana, sponda brooklyn, per ciò che riguarda il nu-rock contaminato da presenze afro-americane ed echi soul.

Ecco in Nuova Zelanda, dove evidentemente non si gioca solo a rugby ma si produce anche dell’ottima musica fondendo folk locale al soul più classico e prendendo ispirazione solo a tratti dal mondo dei club europei e dei loro dj, per poi continuare a tracciare una via propria grazie ad una musica maggiormente suonata, più corale e reggae nello spirito (ma anche ne suono e negli strumenti utilizzati), in Nuova Zelanda dicevo, il suono non si uniforma ma si modella su un genere che, in Europa per esempio, solo gli inglesi (sponda Brighton) Belleruches e la belga Selah Sue riescono a proporre.

I capostipiti del suono con cui possiamo identificare a tutti gli effetti la Zelanda sono certamente i Fat Freeddy’s Drop, un assembramento di 6 musicisti in grado di comporre suite dub di 8 minuti e di esplodere in momenti di assoluta estasi sonora. Gruppo positivo per antonomasia. Stessa positività e grinta, condita da punte introspettive degne del miglior soul afroamericano, anche da parte di Ladi6, regina assoluta del soul neozeolandese che con il suo “the liberation of” ha stregato l’Europa nel 2011 (aprendo anche qualche tappa del tour dei Fat Freddy’s).
Stesso mood ma un po’ più cinematico e sintetico è quello che è in grado di portarci Julien Dyne, anche lui influenzato non poco dai compagni di viaggio Fat di cui ha assimilato l’estetica ed i tempi dilatati del dub.

Sarà un caso poi (ci credete sul serio?), ma artiste di sesso femminile in Nuova Zelanda mettono voce ed atteggiamento davanti all’apparenza fisica, proprio come le soulsinger degli anni 60/70 (remembering Wendy Rene) ed in netto contrasto a ciò che accade oggi nei circuiti commerciali Americani ed Europei.

Sempre restando in ambito femminile, come non citare Iva Lamkum, voce che nobilità i pezzi più intensi ed incredibilmente funky dei Sola Rosa, altro gruppo che ha fatto impazzire l’Europa nel 2010/11 con una release memorabile: get it togheter.
Ma l’elenco di nomi non finisce qui e vedi l’aggiungersi di Electric Wire Hustler, leggermente più europei e meno debitori agli strumenti suonati dal vivo ma altrettanto sul pezzo nel comporre l’estetica musicale neo-zelandese.

In breve, non ce n’è, in questo momento è dal continente australiano che provengono le produzioni più interessanti e fresche, quelle che riescono a portare un po’ di novità anche nel panorama europeo e americano. Senza nulla togliere alla scena berlinese o a quella inglese, sempre un passo avanti rispetto a tutti, ma in altri ambiti.

Nu Soul, Nu Raggae, NU ZELAND. Chi l’avrebbe mai detto? Forse solo Gilles Peterson (fu lui a scoprite Julien Dyne e a metterlo sotto contratto per BBE).

Luke

Occhi di astronauti: seconda preview di Max Producer

Anteprima numero 2 dell’album “La città verrà distrutta domani”. In uscita in formato digitale tra breve.
They’re over here.

Music: Max Prod (Groovenauti)
Voice: Polly (Delitto Perfetto, Lato Oscuro della Costa)

Occhi di Astronauti | album preview #2 from Occhi di Astronauti on Vimeo.

Occhi di Astronauti: preview del disco di Polly e Max Producer

Occhi di Astronauti è un progetto che vede coinvolti Max Prod [Groovenauti] e Polly [Lato Oscuro della Costa, Delitto Perfetto].
Godetevi l’anteprima #1 dell’album “La città verrà distrutta domani“, in uscita la prossima primavera (digital album e CD).

Occhi di Astronauti busseranno alla porta di casa tua.

 

Occhi di Astronauti | album preview #1 from Occhi di Astronauti on Vimeo.

Shabazz Palaces – il video

Shabazz Palaces, fenomeno rap underground dell’anno, presenta un concentrato dei migliori pezzi del disco Black Up (per info e recensione vedi qui), attraverso un video che unisce atmosfere naturali e cittadine, fonde Africa con America, sfuma strade e città in piante e terra. Un piccolo capolavoro black. Classificatosi 7° nella classifica dei dischi dell’anno (per vedere tutta la classifica clicca qui).

I migliori dischi del 2011 – by luke

Anche il 2011 è stato un anno ricchissimo di uscite. Proprio per questo ho esteso la classifica da 10 a 15 posizioni, contrariamente al solito. 15 perle che credo mi terranno compagnia per tanto tempo ancora.
E’ stata dura metterli in fila ma eccoli qui. E voi, qual’è la vostra musica del 2011?

1) James Blake – James Blake
2) Ghostpoet – Peanut Butter Blues and Melhancony
3) Modeselektor – Monkeytown
4) 13 & God – Own your ghost
5) TVOR – Nine Types of Light
6) Sbtrtkt – sbtrtkt
7) Shabazz Palaces – Black-Up
8) Robot Koch – The other side
9) Burial – Street Halo
10) Emika – Emika
11) Dels – Gob
12) Robot Koch & John Robinson – Robot Robinson
13) The Black Keys – El Camino
14) Alias – fever dream
15) Gill Scott Heron & Jamie XXX – we are new here

Undun: il concept album dei Roots. Le cose non fatte della nazione afroamericana.

Il 2011 è stato un anno ricco di uscite discografiche molto interessanti (pubblicherò qui la mia personalissima classifica entro Natale), e l’autunno ha dato un’ulteriore ventata di freschezza con uscite estremamente valide: The Black Keys, Emika, Mike Ladd e, un po’ a sorpresa dato che il loro album risale a nemmeno un anno fa, The Roots.

Il 13° album della band hiphop di Philly si intitola “Undun” ed è senza dubbio il punto di accesso più complicato alla loro encomiabile carriera. Si tratta infatti di un concept album dal suono molto soft che protrae in qualche modo il mood introspettivo già introdotto sul precedente “How I got over”. Pochi beat, parti orchestrali, melodie riflessive e maliconiche spezzate dal rap duro di Black Thought (che si conferma ancora uno dei migliori lyricist sulla piazza). Un suono rotondo, introspettivo, addirittura definibile ostico se non approcciato nella maniera corretta.

“Undun” non è sicuramente un capolavoro ma rappresenta un momento importante nell’ambiente hiphop tanto quanto nella carriera dei Roots e per questo ho voluto darne una mia interpretazione. Trattasi infatti di un concept album incentrato sulla figura reale-immaginaria di Redford Stevens, un ragazzo nero del ghetto come tanti ce ne sono negli USA, di cui ripercorriamo a ritroso le circostanze che lo portano a finire dietro le sbarre, a non mancare l’appuntamento con il dato statistico che vuole le progioni americane piene zeppe di maschi afroamericani. Crime story fatta di scelte sbagliate, di strade percorse in senso contrario, di buon senso venuto meno sulla strada per la sopravvivenza in circostanze avverse. Una storia assimilabile a tante altre che la cronaca quotidiana ci racconta, fatta di “undun” cose non fatte, appuntamenti mancati con la vita e con le scelte corrette.

I Roots scelgono quindi ancora una volta la strada dell’hiphop conscious, quello che ci parla di storie vere, di strada, fatte di povertà. Argomento che negli anni della crisi globale, del movimento “Occupy Wall Street” e delle promesse non mantenute del governo Obama, assume significati ancora più profondi, chiudendo il cerchio proprio sulla parola UNDUN: traducibile anche con “inconcludenza”.

Questlove ce ne parla mettendo in musica il sentimento della nazione afro-americana, ricordandoci e ricordandole che i problemi irrisolti nelle strade americane sono ancora molti. Alla faccia dei tanti dischi rap basati sulla sola autocelebrazione che escono al ritmo di decine a settimana. Per un gruppo che ha fatto e detto tutto nel corso di 13 – tredici – album, non è affatto poco.
Se lo spirito originario di denuncia dell’hiphop esiste ancora è anche grazie alla masnada di Questlove. E c’è chi ringrazia.

Citazione iconica: “Lotta niggas go to prison, how many come out Malcolm X?”

Luke

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