Occhi di astronauti: seconda preview di Max Producer

Anteprima numero 2 dell’album “La città verrà distrutta domani”. In uscita in formato digitale tra breve.
They’re over here.

Music: Max Prod (Groovenauti)
Voice: Polly (Delitto Perfetto, Lato Oscuro della Costa)

Occhi di Astronauti | album preview #2 from Occhi di Astronauti on Vimeo.

Occhi di Astronauti: preview del disco di Polly e Max Producer

Occhi di Astronauti è un progetto che vede coinvolti Max Prod [Groovenauti] e Polly [Lato Oscuro della Costa, Delitto Perfetto].
Godetevi l’anteprima #1 dell’album “La città verrà distrutta domani“, in uscita la prossima primavera (digital album e CD).

Occhi di Astronauti busseranno alla porta di casa tua.

 

Occhi di Astronauti | album preview #1 from Occhi di Astronauti on Vimeo.

Shabazz Palaces – il video

Shabazz Palaces, fenomeno rap underground dell’anno, presenta un concentrato dei migliori pezzi del disco Black Up (per info e recensione vedi qui), attraverso un video che unisce atmosfere naturali e cittadine, fonde Africa con America, sfuma strade e città in piante e terra. Un piccolo capolavoro black. Classificatosi 7° nella classifica dei dischi dell’anno (per vedere tutta la classifica clicca qui).

I migliori dischi del 2011 – by luke

Anche il 2011 è stato un anno ricchissimo di uscite. Proprio per questo ho esteso la classifica da 10 a 15 posizioni, contrariamente al solito. 15 perle che credo mi terranno compagnia per tanto tempo ancora.
E’ stata dura metterli in fila ma eccoli qui. E voi, qual’è la vostra musica del 2011?

1) James Blake – James Blake
2) Ghostpoet – Peanut Butter Blues and Melhancony
3) Modeselektor – Monkeytown
4) 13 & God – Own your ghost
5) TVOR – Nine Types of Light
6) Sbtrtkt – sbtrtkt
7) Shabazz Palaces – Black-Up
8) Robot Koch – The other side
9) Burial – Street Halo
10) Emika – Emika
11) Dels – Gob
12) Robot Koch & John Robinson – Robot Robinson
13) The Black Keys – El Camino
14) Alias – fever dream
15) Gill Scott Heron & Jamie XXX – we are new here

Undun: il concept album dei Roots. Le cose non fatte della nazione afroamericana.

Il 2011 è stato un anno ricco di uscite discografiche molto interessanti (pubblicherò qui la mia personalissima classifica entro Natale), e l’autunno ha dato un’ulteriore ventata di freschezza con uscite estremamente valide: The Black Keys, Emika, Mike Ladd e, un po’ a sorpresa dato che il loro album risale a nemmeno un anno fa, The Roots.

Il 13° album della band hiphop di Philly si intitola “Undun” ed è senza dubbio il punto di accesso più complicato alla loro encomiabile carriera. Si tratta infatti di un concept album dal suono molto soft che protrae in qualche modo il mood introspettivo già introdotto sul precedente “How I got over”. Pochi beat, parti orchestrali, melodie riflessive e maliconiche spezzate dal rap duro di Black Thought (che si conferma ancora uno dei migliori lyricist sulla piazza). Un suono rotondo, introspettivo, addirittura definibile ostico se non approcciato nella maniera corretta.

“Undun” non è sicuramente un capolavoro ma rappresenta un momento importante nell’ambiente hiphop tanto quanto nella carriera dei Roots e per questo ho voluto darne una mia interpretazione. Trattasi infatti di un concept album incentrato sulla figura reale-immaginaria di Redford Stevens, un ragazzo nero del ghetto come tanti ce ne sono negli USA, di cui ripercorriamo a ritroso le circostanze che lo portano a finire dietro le sbarre, a non mancare l’appuntamento con il dato statistico che vuole le progioni americane piene zeppe di maschi afroamericani. Crime story fatta di scelte sbagliate, di strade percorse in senso contrario, di buon senso venuto meno sulla strada per la sopravvivenza in circostanze avverse. Una storia assimilabile a tante altre che la cronaca quotidiana ci racconta, fatta di “undun” cose non fatte, appuntamenti mancati con la vita e con le scelte corrette.

I Roots scelgono quindi ancora una volta la strada dell’hiphop conscious, quello che ci parla di storie vere, di strada, fatte di povertà. Argomento che negli anni della crisi globale, del movimento “Occupy Wall Street” e delle promesse non mantenute del governo Obama, assume significati ancora più profondi, chiudendo il cerchio proprio sulla parola UNDUN: traducibile anche con “inconcludenza”.

Questlove ce ne parla mettendo in musica il sentimento della nazione afro-americana, ricordandoci e ricordandole che i problemi irrisolti nelle strade americane sono ancora molti. Alla faccia dei tanti dischi rap basati sulla sola autocelebrazione che escono al ritmo di decine a settimana. Per un gruppo che ha fatto e detto tutto nel corso di 13 – tredici – album, non è affatto poco.
Se lo spirito originario di denuncia dell’hiphop esiste ancora è anche grazie alla masnada di Questlove. E c’è chi ringrazia.

Citazione iconica: “Lotta niggas go to prison, how many come out Malcolm X?”

Luke

Cosa ti separa dal tuo Sunset Limited?

Ogni volta che giro l’ultima pagina di un libro di Cormac McCarty cerco invano una continuazione, una speranza di lieto fine che inevitabilmente non c’è. Il cinismo realista di Cormac non lo permette. E il senso di spiazzamento è permeante.
La caducità della vita, la futilità di ogni gesto, di ogni atto, la mancanza assoluta di importanza per qualsiasi cosa se non la morte, la fine di tutto. Questo è, in maniera asciutta quanto la sua scrittura, ciò che Mccarty ci vuole comunicare con la sua opera.
E il recente Sunset Limited non fa eccezione.

Prendete due uomini, uno bianco e uno nero, metteteli in una stanza di una casa fatiscente, aggiungete che i due uomini, fino a poche ore prima sconosciuti, rappresentano uno il lato più scuro di McCarty (è il bianco, il suicida), l’altro il lato più speranzoso (è il nero criminale rendento e fortemente credente). Ne esce un libro-dialogo di 120 pagine improntato sulla ricerca, inutile, del senso della vita. Stilettate su stilettate, aperture speranzose prontamente chiosate dal pessimismo cosmico. E alla fine la domanda resta…cosa ti separa dal gesto estremo, dalla fine di tutto, cosa ti tiene legato alla terra? E’ forse la fede? Sono i rapporti umani in quanto tali? Sono le illusioni e le paure del post morte?

La risposta non c’è. Le domande rimangono sospese nel vuoto. Come in “La Strada”, alla fine la strada non c’è. Esiste solo un sentiero che ognuno di noi traccia a suo modo, come meglio può. La grandezza di Cormac è di spiattellarlo lì senza fronzoli, forte e chiaro. Ad uno scrittore non si può chiedere di più.

Luke

Mr. Chop: il feticista dell’analogico strikes again!

Now Again. Il suono di ieri riproposto oggi in forma nuova ma rispettosa del passato. Questo il proposito dell’omonima sotto-etichetta di Egon, leggasi fondatore e amministratore dell’etichetta indipendente più importante per la cultura hiphop dagll 2000 in poi: Stones Throw. Now Again ci ripropone oggi grandi ristampe di pezzi introvabili, compilation funky imprescindibili come Cold Sweat, Kashmere Stage Band, Texas Funk, Funky 16 e tantissime altre gemme di cultura nera rispolverate e riproposte oggi su supporto vinilico.

Tra una ristampa e l’altra però, Now Again dedica alcune centellinate uscite a produttori e musicisti che ricercano ancora oggi nelle loro produzioni musicali quel suono retrò e analogico tanto caro alla black music. Tra gli artisti di casa Egon ricordiamo per esempio The Heliocentrics, collettivo di batteristi e polistrumentisti pluri-campionati da Dj come Dj Shadow tanto per fare un nome, e autori nel 2008 di un album passato già alla storia della musica funk-cinematica.

Ma se di loro si è parlato spesso in questi 3 anni, si è discusso molto meno di un altro artista Now Again: Mr Chop, produttore inglese  tra le altre cose proprietario di Chesire Ape Studio Recordings, uno degli studi più ricchi di strumentazione analogica al mondo. Moog, Mini-Moog, sintetizzatori seminali, Hammond, Fender Rhodes, Hammond Organ: un tripudio di strumentazione per feticisti del nastro e delle manopole fisicamente intese. Leggermente fuori dai radar dell’hiphop strumentale odierno, Mr Chop un paio di anni fa è stato l’artefice di un ottimo disco d’omaggio a Pete Rock, costruito re-inventando i suoni del primo disco di Pete con un campionamento innovativo in chiave funky, quasi a voler invertire, fcendo il percorso inverso, l’assioma hiphop che vuole la nascita del genere ed il perpetrarsi dello stesso, basarsi sul campionamento del genere funk.
Una grande gemma incastonata nell’underground ed uscita per Stones Throw.

E’ di poche settimane fa invece l’uscita di un nuovo interessantissimo lavoro di Mr. Chop: “Switched on“, disco interamente realizzato negli studi di Ape Recording utilizzando esclusivamente la strumentazione analogica di cui sopra. Cose dell’altro mondo, anzi di un’altra era geologica. Il risultato? Un suono pieno, avvolgente, ruvido, sporco, totalmente vintage, capace di ammaliare, di folgorare e proiettare in un’epoca mai esistita: quella di un suono anni ’70 portato ai giorni nostri con un’operazione di fast forward in grado di fargli assimilare funky, hiphop e black rock, in pratica la storia della musica nera moderna, in un nanosecondo. “Solo” per risputarne qualcosa di totalmente nuovo e fuori dagli schemi.

Campionamenti da vecchie bobine hanno portato alla luce fraseggi di Hendrix, Hayes, Wesley facendoli suonare in modo nuovo sulle percussioni di Malcom Catto, batterista guarda un po’, dei suddetti Heliocentrics. Un tripudio dell’analogico e, non a caso, dell’analogia verso mondi ormai lontani, che sarebbero persi senza l’esistenza di dj come Chop e di pochi altri estimatori che grazie alla pratica del campionamento mantengono vivo ancora oggi un suono inimitabile re-inventandone in modo psichedelico e cinematico la composizione originale.

Ce n’è per dire grazie.
Voto 9

Info on: http://www.stonesthrow.com/store/album/mrchop/switched-on

Luke

Falling Trees – Mixtape autunnale tra dubstep e hiphop

Autunno, sensazioni multicolori, cambiamenti fisici e mentali. Tempo multisfaccettato.
Ho compresso tutto questo in un mixtape confezionato con tracce uscite a ridosso o in questo periodo. Robot Koch, Modeselektor, Paul White, Exile, Example, Kasabian, Antipop Consortium, Rustie, Shabazz Palaces, Kanye West, Jay-Z.

Buon ascolto autunnale.

Luke

Per scaricare la playlist cliccare sulla freccia nella barra degli strumenti di soundcloud.

Drive: se il dubstep diventa stile narrativo

Lo confesso, erano alcune settimane che attendevo un film cerebrale, profondo, dal fascino non immediato e con una scenegiatura capace di stupirmi. Sarà per questo che appena ho letto in rete di Drive, mi sono subito lasciato affascinare dall’opera del regista danese Nicolas Winding Refn, vincitore del premio alla migliore regia al recente festival di Cannes.

I presupposti per un buon film c’erano tutti: protagonista senza passato, sospeso tra autismo e lucida follia, perso nei suoi pensieri e nella sua dimensione solitaria in mezzo al caos di una metropoli come Los Angeles, qui rappresentata come un labirinto di strade in cui solo l’eroe riesce a districarsi, lasciando perdere lo spettatore tra semafori, scorciatoie e vicoli cechi. Non solo, già il trailer faceva intuire un’atmosfera a tratti Tarantiniana, a tratti alla Brian De Palma: esplosioni di violenza apparentemente ingiustificata, cammino dell’eroe che trova se stesso nel profondo delle sue paure e dei suoi sentimenti di isolamento dal mondo. Una riproposizione di alcuni stilemi propri di un certo grande cinema, un clone direbbero alcuni, ma quanto mai reso intrigante da tempi e modi di regia.

A colpire infatti, oltre ad una fotografia impeccabile (tenete a mente la scena in cui il “driver” entra in un bordello per uccidere a martellate in testa un boss della mala…è pura poesia pulp), sono soprattutto le lunghe pause tra un dialogo e l’altro, l’assenza totale, almeno apparentemente, di empatia del nostro personaggio, i silenzi sospesi tra un’espressione e l’altra. Silenzi che precedono attimi di pura crudeltà, esplosioni da colpi nello stomaco. Un approccio estremamente dubstep, quello suonato alla James Blake per capirci: quiete e tempesta, synth minimali ed esplosione di bassi.

Colpi in pancia. Questo è stato per me Drive, un film assolutamente imperdibile in una stagione cinematografica non proprio ricca di capolavori. Non solo, un film che non si limita alla bellezza estetica, ma cura anche quella uditiva grazie ad una colonna sonora estremamente eighties ma capace spesso di richiamare anche l’elettronica contemporanea. Se volete seguire il cammino di un’eroe di cui nessuno parlerà, eccovi serviti.

Voto 8/9 – Luke

Trailer:

Terranova: tra Lost, Avatar e Jurassic Park c’è un tempo e un mondo da scoprire

L’anno è il 2149, la terra come da previsione si è tramutata in una sfera senza aria e con poche risorse ancora da sfruttare. La popolazione vive in uno scenario alla “Overkill“, costretta a filtrare l’aria con dei respiratori portatili e a mantenere basso il tasso di natalità: il sovrappopolamento è la peggiore arma di distruzione di massa in condizioni di crisi.
(NDR: il presente articolo non contiene spoiler)

Inizia così, in uno scenario più cupo di Blade Runner (realizzato per altro con la stessa maniacale cura per i dettagli delle strutture urbane e atmosferiche), l’attesissima serie “Terranova” in onda in contemporanea mondiali il 4 ottobre su Fox. Prodotta da James Cameron (Avatar, Terminator…) e Steven Spielberg (aka solo gli ebrei hanno soldi per poter ricreare mondi di celluloidi più reali del vero), la serie di cui è già disponibile in rete il pilot sottotitolato (lo trovate in fondo al post), si tratta di una serie in cui i protagonisti, per sfuggire al clima irrespirabile della terra, trovano un modo per tornare indietro nel tempo ma su una linea temporale diversa dalla loro (questo lo spunto di maggior pregio, per altro già visto in tante serie), re-iniziando la propria vita in un passato preistorico.

Tra dinosauri e lotta per la sopravvivenza sfruttando sia la tecnologia all’avanguardia del 2149 (presente gli schermi mobili di Minority Report?), quanto i metodi naturali disponibili al tempo (sanguisughe, elisir, piante curative) il pilot supera le aspettative già abbastanza alte, grazie alla creazione di un universo coerente con le basi poste dagli sceneggiatori e grazie agli spunti fantascientifici proposti (viaggi temporali), oltre che per forza di cose, agli incredibili effetti speciali degni appunto di un film come Avatar.

Produzione macro che promette bene insomma e che fonde assieme elementi irresistibili per gli amanti delle serie Hollywoodiane: fisica quantistica, mondi altri, mistero, dinosauri, feticci tecnologici a go-go. Senza dimenticare la giusta dose di valori famigliari in pieno stile hollywoodiano appunto.

Personalmente ho trovato la prima puntata molto piacevole e a tratti sorprendente, anche se certamente non così intrigante come un Lost o un Fringe, in fondo si tratta pur sempre un’operazione di remix di generi (ci sono “gli altri”, i dinosauri, le armi soniche…) che però sembra fatta con criterio. Il momento più alto sta sicuramente nella prima parte del pilot, quando attraverso un abile inserimento di placement narrativi sullo sfondo degli accadimenti  del plot (sono i cartelloni pubblicitari e gli annunci di coprifuoco a comunicarci le condizioni in cui versa l’umanità e a darci così ulteriori informazioni che creano l’universo della storia) si completa un quadro generale post apocalittico veramente ben inquadrato e appagante per gli amanti della fantascienza.

Vi consiglio quindi si seguire questa serie attraverso i 13 episodi che ci aspettano dal 4 ottobre in poi. Le basi per ottime ore di svago ci sono tutte. Fidatevi, i dinosauri ci sono, ma non si tratta di una bambinata.

Qui potete scaricare il pilot:
http://filmtelefilm-streaming.blogspot.com/2011/09/terra-nova-1×01-1×02-sub-ita-streaming.html

Luke

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