Sculture sonore e note liquide: tra Herman Kolgen, Dark Sky e JJDOOM

Il festival di arte e musica contemporanea transart12 in provincia di Bolzano è iniziato da pochi giorni e la visione di 2 degli eventi principali quali: l’esperienza ultra-corporea e di alterazione della percezione del reale messa in piedi da Ulf Langheienrich (all’interno di Alumix, ex fabbrica di alluminio bolzanina risalente agli anni 30) e l’esperienza liquida creata dal regista tedesco Herman Kolgen all’interno di una piscina a Merano, hanno già lasciato forti strascichi sulla mia personalissima percezione della realtà, da tradursi come: una nuova interpretazione della musica che sto macinando e bruciando sul mio Technics 1200 in questo periodo di fine estate. La chiave interpretativa per quanto troverete nelle recensioni sottostanti va quindi ricercata in questo recente quadro esperienziale.

Dark Sky – Black Rainbow
Sarà che la cover di questo disco, in linea con quanto espresso dal titolo dell’album, vede un arcobaleno formato dai riflessi della luce su una colata di petrolio, sarà che i suoni dei 3 musicisti di Londra affiliati a Black Acre records sembrano uscire da un fabbricato alla periferia di Manchester e che sembrano sfaldare le certezze da dance-floor che ci siamo costruiti nell’ultimo anno grazie alla deriva (piacevole) house del dub-step, ma questo disco di 4 pezzi rappresenta la perfezione sonora per proseguire nell’esperienza ultra corporea tarantolata di Ulf Langherienrich. Niente psichedelia, solo beat sparati a mille su bassi corposi e sfonda casse. Gli spasmi arrivano verso la fine con il pezzo culto “Totem”.

Lorn – Ask the dust
Quel che rimane della bass music da club dopo essere passata per le macchine di Lorn, producer inglese accasatosi in NinjaTune, bisogna assaporarlo tra le ceneri del dub-step. Lorn è abbastanza chiaro in merito: perchè trasformare un’esperienza potenzialmente dark (la bass music inglese) in un raggio di luce dance (Skrillex) quando la si può incupire ancora di più fino a diventare canto funebre del genere stesso? Lorn dà un’interpretazione tutta sua dei sintoni dub trasformando il suo disco in cupo inno alla bass music. Per gli amanti di Zomby, qualcosa di ancora più straziante ma infinitamente più potente. Se poi lo si ascolta dopo uno spettacolo di Herman Kolgen di se stessi rimane ben poco. Straniante.

 
JJ DOOM – Key to the Kuffs
In questo contesto il nuovo lavoro di Doom, sempre più british che americano causa la sua lunga permanenza su suolo inglese nell’utlimo anno (dicono gli sia stato negato il rientro negli USA per motivi però del tutto ingoti), è l’ancora di salvataggio nella piscina di Kolgen, il collegamento con l’aspetto più fisico della realtà, con la strada ed i suoi mille feticci. Peccato, anzi per fortuna, che a tenere il tutto in una dimensione più quantizzata e vagamente eterea ci pensi il king assoluto delle produzioni post Dilla in ambito black: Jneiro Jarel sotto il suo classico pseudonimo Dr Who Dat?. Il dottore sforna semplicemente le migliori basi sulle quali doom abbia mai rappato, non me ne voglia DangerMouse, passando da pessi di matrice jazz-dowtempo “Winter Blues” a boom clap sporcati da concetti di madlibiana memoria “‘Ello Guv’rnor“. Ricordandosi quanto fatto per il progetto Shape of Broad Minds, Janeiro porta su marte lo stile di produzione di un pezzo rap inglobando downtempo, etno-music, afro-beat, dub, classic rap: il tutto amalgamato al limite del riconoscibile. Oltre a pezzi di culto che riportano l’ascoltatore di bass music nella dimensione del b-boy stradaiolo che si spezza il collo sui beat dei Wu-Tang (leggasi il sottoscritto) quali “Still Kaps” o “Bite the Thong”, ce ne sono anche altri 2 già usciti ler la magnificente LEX RECORDS (etichetta che ha rilasciato questo disco) nei mesi passati ma qui rivisti da Jarel per la parte musicale: Retarded Fren e Rhymin Slang, che se la giocano con le rispettive versioni originali apparse sul disco celebrativo uscito qualche mese fa per il decennale della label inglese.
Battere EL-P Cancer for Cure e Oddisee People hear what they see, come migliori dischi rap usciti nel 2012 non era facile. Credo che la premiata ditta ci sia riuscita sfornando un album unico sull’asse Londra-New Orleans (città natale di Jarel) e mostrando anche al pubblico americano di cosa sono capaci le influenze sonore europee. Già culto.
Luke

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