Quella casa nel bosco: se l’horror diventa postmoderno

Premetto che di film horror pregevoli, che evitino di cadere negli innumerevoli cliché del genere o che abbiano una qualche sorta di originalità nella trama o quantomeno nello stile di regia, non ne vedevo da almeno 4/5 anni buoni…diciamo dal terzo episodio si Saw l’enigmista (i successivi fino al 7 sono del tutto trascurabili). Ma alla classica casa nel bosco in cui si perdono 5 simulacri di personaggi tipici (topici) da film horror mi sono avvicinato grazie ad una grande recensione cannibale  ed al nome dello sceneggiatore…Joss Whedon, amato non tanto al cinema per quel che mi riguarda, ma sulle pagine di Astonishing X-Men (semplicemente il miglior arco narrativo dei mutanti post Grant Morrison) e sulla carta (appunto) capace di invenzioni postmoderne degne del migliore John Barth.
Capita così che per una volta le aspettative siano rispettate in pieno. La casa nel bosco non si rivela solo un meta film sul genere horror che ci porta in terreni parodistici dove nemmeno il miglior Wes Craven si era spinto (con Scream), ma è forse una delle più interessanti riflessioni sul sistema dell’intrattenimento cinematografico, sulla finzione filmica e anche sull’animo umano e sulle proprie paure.

Siamo davanti ad un film in cui tutto è parodia, aperta parodia, ma che continua a parodiare perfino se stessa, un film dove i protagonisti comprendono solo a tratti di essere dei burattini nelle mani di chi vuole che i loro comportamenti assomiglino a quelli dei personaggi di un film horror ed in cui da spettatore si ricerca sempre un fine ultimo alla follia, fine rappresentato dal film stesso.
Se devo trovare un paragone lo devo cercare in tutt’altro genere cinematografico e dico che Quella casa nel bosco stà al genere horror come Shrek ai cartoni animati.

La macchina dell’intrattenimento è qui dispiegata per analizzare se stessa in un modo davvero originale e sì, geniale.La puttanella, il secchione, il mattacchione, la verginella e lo sportivo sono i 5 stereotipi di personaggi dal film horror sacrificati per il divertimento puro dello spettatore (sia nel film stesso che nella realtà) e per un bene (nel film) più alto ed incompreso (nella realtà).

Ci voleva un creativo prima che un abile regista, per autoanalizzare il cinema in questo modo. Ci voleva un creativo per ridare senso ad un genere che, salvo gli sporadici casi rappresentati dalle pellicole allucinate di Rob Zombie e del succitato Saw, aveva ormai perso da anni, almeno per chi scrive, il suo interesse.

Ed infatti “The cabin in the woods” non è quello che si può definire un film horror. Di più non dico: guardatelo!
E’ geniale.

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