Doin’ it in the park: racconti dalle strade di New York

a2Probabilmente non tutti coloro che avranno voglia di leggere queste righe, familiarizzano con nomi quali Pee Wee Kirkland, Fly Williams, Corey Homicide Williams, Smush Parker, Earl The Goat Manigault.
Si tratta di b-ballers, di giocatori di pallacanestro che hanno fatto la storia del gioco non esattamente, o meglio non sempre, su parquet prestigiosi delle leghe pro, bensì sui campi che contano maggiormente per la comunità afro-americana: quelli di asfalto e cemento di New York, dove la pallacanestro da sempre è THE CITY GAME (ed il seminale libro omonimo di Pete Axhelm ne spiega bene il perchè). La letteratura e la filmografia sull’argomento non è poi così scarsa al giorno d’oggi e anche chi non è cresciuto a palla a spicchi e “black jesus” (il “the city game” italico scritto dall’immenso Federico Buffa) o American Super Basket ed i suoi inserti “on the road”, ha oggi comunque la possibilità di approfondire un bel po’ l’argomento grazie a film come il biografico “Rebound” che racconta la storia di Earl “The Goat” Manigault, uno dei più forti giocatori di sempre a detta di tutti quelli che sulla strada gli hanno dato battaglia (Kareem Abdul Jabbar in testa) ed a cui oggi è intitolato un campo a New York sul quale ho avuto tra l’altro la fortuna di poter giocare nel 2011, al fondamentale “He got Game” di Spike Lee ma anche grazie a tutti gli And1 Mixtapes usciti negli anni ’90 e recuperabili oggi su youtube. Dal lato bibliografico ci hanno poi pensato in Italia appassionati e profondi conoscitori dello street game con Cristian Giordano con “The Lost Souls” e Daniele Vecchi con “Playground Stories” a colmare le lacune che per forza di cose il nostro paese ha sul basket street a stelle e strisce (le strisce verdi e nere però, quelle della bandiera afro-americana).

doin-it-in-the-park-smRisale però a questi primi mesi del 2014 uno dei documenti più importanti e significativi pubblicati sull’argomento: DOIN’IT IN THE PARK: pick up basketball in New York City, documentario sul basket di strada realizzato dalla summa autorità in merito: Bobbito Garcia, già autore del seminale libro (è stato in assoluto il primo sull’argomento) “Where did ou get those?” pubblicazione che ha contribuito a diffondere e documentare il mito delle sneakers così come oggi lo conosciamo (ed indossiamo) tutti noi, ballers o non ballers. Bobbito assieme al fido compare Kevin Couliau si è messo in testa di fare ciò che sa fare meglio: armarsi di sneakers e pallone a spicchi e girare più di 180 campetti della città del basket per eccellenza. Da Harlem al Queens, passando per Brooklyn, Manhattan e perfino per Staten Island: 2 palleggi in ogni campo considerato di riferimento per la street culture a raccogliere tendenze, testimonianze e regole non scritte di quella che è la forma più naturale e vera del gioco inventato da James Naismith a fine ‘800, il pick-up game, quello che nasce spontaneamente formando 2 squadre di 3/4 o 5 uomini per parte e dà il là a partite dove a contare sono prima di tutto l’onore ed il rispetto che ognuno deve sapersi conquistare sul campo, soprattutto nelle situazioni infinite di one on one, di uno contro uno. “No fucking zone, no shit like that, only one on one, chest to chest basketball” come dice nel documentario Pee Wee Kirkland, uno che per quello che narrano le leggende di strada, bisognerebbe venerare come si è venerato il culto di MJ: “niente zona, niente merdate simili: solo uno contro uno, petto contro petto, questo è lo street basket”.

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80 minuti di pura estasi cestistica conditi da pezzi hiphop selectati direttamente dalla collezione di dischi di Bobbito, tra le altre cose DJ della prima ora che con i suoi mixtape (quelli originali, impressi su musicassetta) negli anni 90 ha contribuito significativamente alla diffusione prima ed al successo poi di gruppi quali Wu-Tang Clan, Gangstarr, Jurassic 5.
80 minuti per sognare le strade americane e le sue partite infuocate, per conoscere meglio gli imprescindibili Holocombe Rucker Park (155th street ad Harlem), Goat (Harlem), The Cage a West 4th street (The Village), e ancora Soul i the Hole, Dycman Park e molti altri campi considerati i templi del basket di strada. Ma c’è spazio anche per note di colore quali i giochi più praticati in assenza di possibilità di giocare una vera e propria partita, quindi il celebre Horse o il 21, e gli outfits perfetti per evitare di rendersi ridicoli sul campo (evitare accuratamente canotte di team nba e completi interi, pena la perdita totale della street credibility e del rispetto della comunità).

Un trattato di cultura black e sportiva che vale davvero la pena di recuperare e studiare. Che siate già padroni della materia o neofiti. Perchè “puoi giocare nell’nba per 15 anni, al college per 4, nella tua squadretta per 20, ma giocherai al campetto per sempre, finchè le membra ti reggeranno”.

#doinitinthepark: un must have. You know what I’m saying?
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Luke

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