Archive for the 'Recensioni – Cinema' Category



Drive: se il dubstep diventa stile narrativo

Lo confesso, erano alcune settimane che attendevo un film cerebrale, profondo, dal fascino non immediato e con una scenegiatura capace di stupirmi. Sarà per questo che appena ho letto in rete di Drive, mi sono subito lasciato affascinare dall’opera del regista danese Nicolas Winding Refn, vincitore del premio alla migliore regia al recente festival di Cannes.

I presupposti per un buon film c’erano tutti: protagonista senza passato, sospeso tra autismo e lucida follia, perso nei suoi pensieri e nella sua dimensione solitaria in mezzo al caos di una metropoli come Los Angeles, qui rappresentata come un labirinto di strade in cui solo l’eroe riesce a districarsi, lasciando perdere lo spettatore tra semafori, scorciatoie e vicoli cechi. Non solo, già il trailer faceva intuire un’atmosfera a tratti Tarantiniana, a tratti alla Brian De Palma: esplosioni di violenza apparentemente ingiustificata, cammino dell’eroe che trova se stesso nel profondo delle sue paure e dei suoi sentimenti di isolamento dal mondo. Una riproposizione di alcuni stilemi propri di un certo grande cinema, un clone direbbero alcuni, ma quanto mai reso intrigante da tempi e modi di regia.

A colpire infatti, oltre ad una fotografia impeccabile (tenete a mente la scena in cui il “driver” entra in un bordello per uccidere a martellate in testa un boss della mala…è pura poesia pulp), sono soprattutto le lunghe pause tra un dialogo e l’altro, l’assenza totale, almeno apparentemente, di empatia del nostro personaggio, i silenzi sospesi tra un’espressione e l’altra. Silenzi che precedono attimi di pura crudeltà, esplosioni da colpi nello stomaco. Un approccio estremamente dubstep, quello suonato alla James Blake per capirci: quiete e tempesta, synth minimali ed esplosione di bassi.

Colpi in pancia. Questo è stato per me Drive, un film assolutamente imperdibile in una stagione cinematografica non proprio ricca di capolavori. Non solo, un film che non si limita alla bellezza estetica, ma cura anche quella uditiva grazie ad una colonna sonora estremamente eighties ma capace spesso di richiamare anche l’elettronica contemporanea. Se volete seguire il cammino di un’eroe di cui nessuno parlerà, eccovi serviti.

Voto 8/9 – Luke

Trailer:

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La disturbante bellezza del “cigno nero”

Disturbante, poetico, ipereale, catartico, viscerale. E’ il canto straziante e dannatamente intenso di Darren Aronofsky, assurto a nuovo Cronenberg, a cantore principe della fisicità disturbata, tumorale, sottocutanea.

Il suo cigno nero è cinema esplorativo, indagatore, psicoattivo, allucinato. Si palesa nell’utilizzo delle soggettive, dei controcampi, di telecamere a spalla, di movimenti continui e inquietanti, si concretizza in un clima di tensione fisica costante, di metamorfismo pronto ad accadere.

E’ cinema fatto di aggettivi, di grigi, di linee di confine, di separazioni e scissioni interne. E’ uno sguardo affilato che squarcia le carni per guardare dentro l’anima, coglierne psicosi, paure, dissociazioni. E’ un approccio alla narrazione capace di sfondare i generi, di confutarli e metterli in continuo contrasto.

Il cigno nero è il pianto di “requiem for a dream“, lo squarcio in testa di “pigreco il teorema del delirio“, la schizzofrenia di “the wrestler” e l’introspezione onirica di “the fountain“. E’ summa di linguaggi e concetti.

Il cigno nero è la bellezza che abbraccia il lato oscuro. E’ anoressia, bulimia, è stress, è paranoia, è ossessione per i propri obiettivi, il proprio corpo, il proprio essere. Tutto in una sola pellicola. Tutto in una sola, grandissima interpretazione, da storia del cinema. Tutto negli sguardi alluncinati di una ballerina (Natalie Portman), nel suo allucinante obiettivo finale che richiede il superamento del proprio io, delle proprie paure e delle proprie catene (materne, come in molte malattie).

E’ una storia moderna, fatta di malattie moderne, di allucinazioni, di sdoppiamento della personalità (cigno nero, cigno bianco) e ricerca di unificazione (cigno nero).  E’ inquietudine fisica e morale.

Ed è abbandono.

Dannato, auspicato, liberatorio abbandono.

Luke

Exit Through The Gift Shop: a Banksy movie

Si chiama Exit Through the Gift Shop ed è il più grande film/documentario sulla street art mai realizzato…nel senso proprio e compiuto di questa espressione.
Il film infatti esiste, ma di fatto non è mai stato montato nè divulgato. Dentro ci sono tutti gli artisti di strada più conosciuti del mondo underground di oggi: Banksy, Obey, Invaders, Burf e l’artista/regista del documentario stesso: Mister Brain Washed.

Si tratta di un assurdo: un film che doveva essere girato da tale Terry Guetta, cine-maniaco che vive, realmente, filmando ogni momento della sua vita fin dall’età di 18 anni (oggi ne ha 36) e che per caso, si ritrova a seguire i primi artisti di strada tra i quali il conosciutissimo Invaders, riprendendone per intero i loro processi creativi dal concept dei progetti alla realizzazione in piena notte: graffiti, stencils, stickering. Street art a 360 gradi così come oggi la intendiamo. Attraverso questo documentario, che vediamo ma che non è quello che Guetta aveva inizialmente girato e concepito, riusciamo per la prima volta a seguire le gesta degli artisti di strada dalla loro prospettiva. Fino ad arrivare ad incontrare (in realtà rimane sempre nell’ombra e con voce camuffata) lo street artist per eccellenza: Banksy. Colui che ha dipinto il muro del pianto per primo, colui che è riuscito ad intrufolarsi al museo Louvre e a lasciarvici (illegalmente) i propri quadri. Colui sul quale da 10 anni ormai ci si interroga: artista o vandalo?
Guetta riesce a contattarlo, a conoscerlo in prima persona, a farlo conoscere a noi spettatori, ad entrare nel suo atleier e a mostrargli il suo film, quello che noi stiamo pensando di vedere e che Bansky gli…boccerà clamorosamente.

E’ da questo momento in poi che Terry rivela allo spettatore che ciò che sta vedendo è solo un documentario di come il più grande documentario sulla street art in realtà non sia mai stato realizzato…perchè non è quello che da spettatori stiamo vedendo e seguendo con passione, bensì un altro che, appunto, non vedremo mai (se non per 14 folli minuti nei contenuti speciali del DVD). Una follia, un concept creativo estremo, un espediente perfetto per narrarci le gesta di Terry Guetta, conosciuto oggi come Mister Brain Washed e quotato all’asta, grazie ai suoi lavori ispirati dall’arte del mentore Banksy, a non meno di 100.000 dollari a pezzo (sua per esempio la cover del recente album Greates Hits di Madonna).

Insomma attraverso gli 80 minuti di EXIT THROUGH THE GIFT SHOP (disponibile in DVD da un mesetto circa), film tra l’altro candidato agli oscar 2011 come miglior documentario (!), seguiamo le gesta di uno sconosciuto filmaker che con l’intento di girare un film sulla street art e sul suo idolo Banksy finisce per essere instradato da quest’ultimo alla street art, e a diventare per davvero un artista ed un performer amatissimo da critica, pubblico e scena underground.

Quindi da tutti…tranne che da Banksy che, forse fingendo dall’inizio, mette la sua firma sulla cover del DVD (il film figura come girato e prodotto da egli stesso nei credits) ma si dissocia nei titoli di coda del film su quanto fatto da Guetta. Ma è così che Banksy riesce ad esordire anche nel mondo del cinema: prendendo allegramente per i fondelli gli ambienti fighetti dell’arte e ironizzando sulla casualità con cui si può diventare un caso mediatico.

Ma chi ci capisce più nulla alla fine tra ciò che è reale e ciò che non lo è?
Solo una cosa è chiara: per ogni amante della street art in ogni sua forma EXIT è IL DOCUMENTARIO, o almeno, penso che lo sia.

Luke

PS: Banksy è un genio
PS2: Obey è la “matita” dietro al famosissimo ritratto di Obama (sì, quello giallo blu e rosso)
PS3: Banksy è un genio

Tron, un futuro nostalgico

L’approccio a Tron Legacy, il nuovo film Disney basato su un classico della fantascienza anni ’80, richiede consapevolezza
Per i profani o più semplicemente per le nuove generazioni, può trattarsi di un blockbuster qualunque, ma quando ci sono di mezzo estetica cyberpunk come nemmeno William Gibson avrebbe osato immaginare e continui ganci e rimandi alla cultura pop anni ’80, ovvero quella dei primi videogame, dei sintetizzatori, di Jean Michelle Jarre, dei primi viaggi (mentali) nel cyberspazio, è richiesto ben di più che la sola sospensione dell’incredulità, come genere normalmente impone.

Tron, la cui trama può essere letta qui, rappresenta per chi è cresciuto negli anni ’80/’90, un capolavoro di estetica nostalgica in cui principalmente si celebra l’evoluzione massima di ciò che trent’anni fa era ancora allo stato potenziale, della rete e delle sue infinite possibilità di creazione di sistemi perfetti ma pur sempre perfettibili, di abbandono totale della dimensione fisica e solitaria in favore di quella digitale iper-interconnessa. Ma con un fondo, fortissimo, di nostalgia per la tangibilità, per il materiale. Ne è esempio lampante il luogo in cui si trova il mega computer che apre sul grid, il mondo scoperto nel primo film (Tron, 1982) dal protagonista: una sala giochi dismessa in cui lo spettatore è accompagnato dalla colonna sonora “Sweet Dreams”, chiaro riferimento a “il piccolo grande mago dei videogames“, film generazionale per chi oggi ha tra i 25 ed i 35 anni. Oppure ancora la fisicità stessa del Grid, composto non da semplici numeri o spazi virtuali come Matrix ci ha insegnato a credere in epoche recenti, ma da piattaforme luminiscenti pesanti, dure, lucide. O ancora il vero protagonista del film…il DISCO, la memoria hardwear, il contenitore, l’anima solida di ogni “programma” o essere vivente…quella che può essere riscritta, formattata o addirittura rubata.

Questo particolare aspetto, oltre a tutti gli effetti speciali, alla colonna sonora azzeccatissima e imprescindibile dei Daft Punk (il loro cammeo nel film è degno di citazione), alla tensione costante che si respira lungo tutto il film, oltre anche all’immortale Jeff Bridges, è ciò che più mi fa riflettere alla fine di due ore intensissime di puro orgasmo cinematografico, forse perchè è la generazione nata negli anni  ’70/’80 (sempre che tale possa essere definita) l’ultima ad aver avuto la possibilità di vivere a pieno l’epoca analogica e al contempo ad aver potuto varcare con semplicità, rispetto e consapevolezza (a posteriori chiaramente) i confini del digitale. Ed è stata sempre questa generazione a trasformarsi di fatto nell’ultima in grado di rendersi conto del valore pratico, estetico, immediato, materiale e soprattutto reale dell’analogico, quanto dei suoi limiti.

Per questo Tron rappresenta molto di più che un film di fantascienza per “vecchi” nostalgici proiettati nel presente e nel futuro come il sottoscritto. Sa di strada fatta, di sguardi all’indietro quanto di corse in avanti.

Luke

The social network

E’ uscito in questi giorni “The Social Network”, film generazionale diretto da David Fincher (Fight Club, Seven…) e sponsorizzato dal più grande e conosciuto “connettore” della rete. Un film non semplicissimo da realizzare, basato per lo più su dialoghi, su battute veloci, su scambi di opinioni continui sul “mondo altro” rappresentato dalla rete, dai suoi sistemi. Ma un film per niente banale. Ci voleva un genio come quello di Fincher per portare sullo schermo in modo avvincente la storia di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook,  e per renderla appassionante e serrata quanto un film d’azione. Non era un compito facile, anzi, sarebbe stato semplice proporre un polpettone biografico in grado di annoiare fin dal primo minuto, ma Fincher d’altra parte ci ha già abituati ad uno stile di narrazione in grado di tenerci sempre attaccati allo schermo. Non fa eccezione appunto questa pellicola che grazie a dei (semplici) escamotage narrativi e di sceneggiatura, destruttura la linearità della trama e propone un plot intrigante quanto l’idea stessa di Zuckerberg, portandoci il suo genio, la sua comprensione delle relazioni umane ed un sacco di tecnicismi da nerd, in modo simpatico e divertente. Merito anche di chi ha scritto i dialoghi: sempre brillanti (pure troppo, al limite dell’irreale per immediatezza e lucidità) e mai scontati.

Una pellicola che non annoia insomma, se mai deborda, grazie ad una colonna sonora da Oscar di Trent Raznor, leader dei Nine Inch Nails, che con i suoi synth esagerati e suoi piani melanconici, avvolge, distrae, cattura, affascina (procuratevela è una perla). Una pellicola che fa da ideale sequel a quel “i pirati della silicon valley” che ci aveva fatto conoscere le vere storie dei primi geniali miliardari informatici, vedesi Steve Jobs e Bill Gates (che appare anche in Social Network per un cammeo), aggiungendoci il contesto degli anni zero, delle sue relazioni sociali stravolte, ancorchè questo faccia solo da sfondo alla storia personale di Mark Zuckerberg e si dimostri a ben vedere il limite vero di un film comunque consigliato perchè fresco, godibile e ben interpretato da Jesse Eisenberg (volto già apprezzato in Adventureland) e da un sorprendente Justin Timberlake.  Voto 7

Luke

Shutter Island: il mistero che non c’è

Credo che Shutter Island sia un film intelligente.
Martin Scorsese attraverso di esso riesce ad affrontare temi quali il delirio post traumatico, l’intellegibilità dei sogni, la psicologia, i diversi approcci possibili alla psichiatria, il labile confine tra lucidità e follia, mescolandoli assieme sapientemente e struttulandoli in modo credibile con abili scelte di sceneggiatura e di regia e soprattutto masticandoli un po’ prima di darli in pasto alla platea. Scorsese conosce il cinema, sa che comunicare significa far comprendere al proprio uditorio un messaggio, una storia. Conosce il linguaggio di Hollywood e lo utilizza cercando di accontentare sia la massa accorsa per il titolo da blockbuster, sia chi nel suo cinema ricerca la finezza, la ricerca, l’impalcatura.
Il regista mette assieme tanti elementi (esperimenti nazisti su pazienti psicolabili, trauma da campo di concentramento, perdita d’identità, cospirazioni governative, approccio Basaglia alla cura psichiatrica) cerca di nasconderli confondendo un po’ le acque, ma senza complicare troppo, senza permettere che il suo pubblico se ne esca dalla sala con dubbi irrisolti. Lo fa, paradossalmente, attraverso un Thriller che proprio per come è stato concepito, per come è condotto, porta a credere nel mistero, a ricercarlo e forse anche a pretenderlo! Ecco perchè si sono letti tanti pareri negativi sulla scontatezza del finale, sull’eccessiva chiarezza di alcuni passaggi che sarebbe dovuti essere più criptici. In realtà l’intento credo non fosse quello. Bensì trasportare lo spettatore in una dimensioni di confusa realtà, dandogli continui ganci per comprendere la storia al meglio. Senza esagerare con l’ermetica, che non ha mai contraddistinto il suo cinema, senza tradire la propria voglia di comunicare. Può piacere, può infastidire, può lasciare indifferenti se non si coglie questa dimensione del suo modo di fare cinema. Personalmente pur amando i finali a sorpresa e le sceneggiature intricate, è proprio quello che ho apprezzato di più.
Oltre ad un Di Caprio da Oscar ovviamente…

Psy

Invictus: il mancato ritorno a Gran Torino

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Strano questo Invictus. Strano l’approccio di Eastwood al tema, strano il suo sguardo, un po’ troppo secco, asciutto, essenziale. Strano perchè Clint, dopo il minuzioso lavoro svolto sul tema razziale in Gran Torino, quello che è già un capolavoro di genere, sembrava avere ancora tanto da dire, o almeno lo trasmetteva il fatto che avesse deciso di cimentarsi con il Sudafrica nel periodo della fine dell’apartheid. Invece Clint questa volta in parte delude. Non del tutto chiaramente, il film è comunque molto bello a vedersi e godibile nella trama, ma un po’ troppo staccato, confinato in un tema che era sviscerabile in molti modi, ma che alla fine rimane sullo sfondo, abbozzato, forse superato implicitamente, mentre il fuoco si sofferma su un unico (grande) evento, quello di un campionato mondiale di rugby in cui Nelson Madela vide la possibilità di unire in un unico tifo pro sudafrica, tutte le etnie di cui era (è) composto il suo popolo. L’argomento è interessante e poco conosciuto, ma vista l’occasione (Morgan Freeman nei panni di Mandela, il film uscito a ridosso dei mondiali di calcio in Sudafrica e quindi in un buon momento di attenzione mediatica verso il paese) la sceneggiatura poteva a mio parere prevedere più contenuto, poteva addentrarsi maggiormente nel cambiamento che Mandela ha rappresentato per la nazione africana. Potenzialmente c’era tanta carne al fuoco ma si è bruciata troppo presto. Nonostante una grade prova di Morgan e un ottima regia (comunque sempre una spanna sopra a molti registi anche esperti), invictus vince ma non convince fino in fondo. Forse ancora una volta è questione di aspettative (Mystic River, Gran Torino, Million Dollar Bay, Flags of our father, non si eguagliano tanto facilmente) ma uno sforzo in più che andasse oltre al quadro di ammirazione per la figura di Mandela, non era pi chiedere molto. Invictus comunque si merita un 7 per realizzazione, tema, attori. Ma non entrerà certo nella storia del cinema come il suo predecessore.

Trailer:

Psycho


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