Archive for the 'Recensioni – Dischi' Category

Sudan Archives: musica migratoria

Si chiama, o meglio, ha scelto di chiamarsi Sudan Archives, in omaggio alle sue origini africane ed è una songwriter e violinista afro-americana di Cincinnati che mi ha folgorato. La sua musica è una commistione tra elettronica e musica africana suonata con percussioni e violini: è musica migratoria, profondamente attuale, che fonde il retaggio funk di Detroit (città di provenienza della madre) e le poliritmie sudanesi ai sintoni elettronici più contemporanei, vagamente di rimando Dilliano. E’ musica potente, unisce suoni, popoli ed abbatte confini, e non a caso parte dalle registrazioni nei sottoscala ed arriva ad una delle etichette di riferimento per la musica black oggi, la Stones Throw Records (chi ha detto JDilla?).

E’ l’anno delle black ladies e fiere di esserlo, come se gli insegnamenti delle sorelle Beyonce e Solange con i loro dischi orgogliosamente femministi nel 2016, avessero già dato i frutti sperati.
Dopo le franco-cubane Ebeyi e IAMDDB, la musica più dirompente di questo 2017.

Dateci un ascolto, è fuori da poco con l’album omonimo Sudan Archives per l’etichetta di Peanut Butter Wolf:

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The Best 2015 Albums by Luke

Uno dei motivi per cui apprezzo questo periodo dell’anno è sicuramente quello delle classifiche, dei resoconti, delle milestones: tradizione che in ambito musicale, mi piace portare avanti ancora oggi con la mia personale classifica. E allora eccoli i 15 album che più mi hanno emozionato quest’anno e che più, a mio parere, hanno avuto qualcosa da dire nell’uderground musicale. Il 2015 è stato l’anno del ritorno prepotente della blackness, grazie a Kendrick Lamar, D’Angelo, Kamasi Washington e tutta una serie di rapper che hanno scritto album importanti che saranno ricordati anche negli anni a venire. Un po’ di stanca invece l’ha accusata l’ambito elettronico con davvero poche pietre miliari, tra le quali pero ne spiccano anche di italiane. La classifica la trovate qui sopra, mentre di seguito sono elencate le motivazioni dietro alla scelta di ogni album. Buona lettura e buoni ascolti (qui potete ascoltare le migliori tracce mixate tra loro). Luke

album15

  1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
    E’ stato senza dubbio il disco più importante dell’anno, quello che ha segnato il ritorno ad un rap nel quale è più il contenuto (forte, riflessivo, grondante blackness) a contare rispetto alla forma (comunque sublime e fatta di jazz, hiphop e funk in egual misura). Si è detto tanto di questo disco, le parole più belle però le ha scritte pitchfork: it’s not just the album of the year: its the voice of a moment in time. E’ il linguaggio del nostro tempo e una riflessione su dove stiamo andando. Se poi lo metti in rima su basi di Kamasi Washingthon, Flyinf Lotus, Thundercat e vendi pure milioni di dischi, hai fatto bingo in ogni senso. Signori, Kendrick Lamar, il re dell’hiphop di oggi.

    2.D’Angelo and The Vanguards – The Black Messiah
    A mo’ di Messia, D’angelo è tornato ad incidere un disco a 15 anni dalla pietra miliare dell’R&B “Voodoo” e lo ha fatto chiamando con se musicisti impressionanti tra i quali anche George Clinton che apre le danze con i suoi cori alla Parliament. Black Messiah è la sintesi di 30 anni di musica nera, il disco da far ascoltare a chi voglia scoprire le facce musicali di un popolo che la musica l’ha rivoluzionata per sempre. Semplicemente perfetto.

    3. Maribou State – Portraits
    Disco passato ampiamente sottotraccia, acquistato dal sottoscritto a scatola chiusa perchè gli inglese Maribou State sono una garanzia nel campo dell’elettronica soul. Voci calde, beat derivati vagamente dalla house music più soul, echi e riverberi da musica da camera, bassoni da dancefloor, c’è tutto ed è il miglior disco di musica elettronica di quest’anno

    4. Jamie XX – In Colours
    Questo disco rappresenta il 2015 meglio di ogni altro: contiene citazioni alla musica dance anni ’80, voci ghospel afroamericane (The Persuasions), cita la scena black newyorkese come quella rave inglese, fonde campioni a parti suonate come un disco rap ma è di fatto un disco house: piace ai tamarri ed ai cultori dell’underground…e fa ballare tutti. Jamie XX è stato IL nome del 2015, per le strade di New York ad agosto oltre al suo temporary store campeggiavano manifesti ovunque con la scritta “I know, there is gonna be a good time”…promessa mantenuta Jamie.

    5. A$asp Rocky – Alla
    Ecco un disco che non avrei mai pensato di vedere in una mia classifica. Asap è passato però dall’essere un rapper da classifica ad un liricista capace di far riflettere sulla condizione degli afroamericani di oggi, piazzando comunque i suoi pezzi al primo posto su Spotify. A produrlo e a dare quell’inconfondibile e calda pasta sonora blues, nientemeno che Danger Mouse e si sente…già a partire dal primo pezzo “Holy Ghost”…capolavoro

    6.Jack Garratt – Sinesthesya EP
    E’ il Chet Faker dell’anno: una voce piena, calda, un soul elettronico deciso che esalta con la profondità dei bassi e gli arrangiamenti post-dubstep super curati. E’ una piccola gemma dal sottosuolo fatta di sole 5, ma indimenticabili, tracce. Perla rara.

    7.Godblesscomputers – Plush and Safe
    Lorenzo Nada ha il pregio di avere davvero chiaro in testa il suono che intende costruire e le emozioni che vuole trasmettere: ogni suo album è un progetto curato in ogni suono, per sottrazione. Questo però è il suo disco migliore, quello che mi ha fatto piangere sotto al palco dello Spring Attitude a Roma e che mi ricorda sempre quanto siano vicine le scene della bass music e quella beat. Una pasta sonora unica, emozionante e soprattutto personale.

    8.Lapalux -Lustmore
    Lapalux è un producer parigino che negli ultimi 4 anni si è distinto per aver prodotto musica elettronica post dubstep estremamente raffinata, lo si può intuire anche dalla copertina. Con When you are gone aveva quasi lanciato uno standard produttivo con le voci pitchate su ritmi lentissimi e beat pieni…poi ha deciso di regredire con Nostalchic, salvo recuperare con quest’ultimo album dove compare anche la voce di Andreya Tiriana ed un gusto per i pezzi vicino a quello di Bonobo. Ben tornato.

    9. Ta-Ku – Songs to Make Up to
    Seguito di Songs to Break up to, il disco del producer australiano Taku porta la scena beat verso un approccio soul estremamente interessante dove tracce di piano e linea di basso melodico esplodono all’improvviso grazie a beat degni del miglior Dilla a cui il nostro da sempre si ispira. Il disco ideale per svoltare la domenica pomeriggio e far vibrare le pareti di casa di negritudine.

10. Drake – If you are reading this is too late
Per motivi diversi, di forma Drake e di contenuto Kendrick Lamar, sono stati i due rapper sulla bocca di tutti quest’anno. Drake ha praticamente creato un nuovo modi rappare su basi lentissime, super paracule e di una semplicità e superficialità disarmante. Eppure questo disco ha stile. E poi lo puoi mettere nelle situazioni più scabrose sentendoti una “Leggenda”. Immancabile nella top 10. E me ne vergogno anche un po’.

11. Mecna – Laska
Entra in classifica rapper italiano che di italiano ha solo la voce, per il resto tutti i riferimenti musicali sono assimilabili alla scena post dub-step e alle interpretazioni post R&B di Drake. Lui è di fatto il drake italiano, ma nei testi non ce n’è per nessuno, qui l’abilità di storytelling è unica, complessa e stratificata. Un hipster a cui il rap riesce davvero bene.

12. Ghostface & Bad Bad Not Good – Sour Soul
E’ il disco più wu-tang che un membro dei wu-tang (il più prolifico in assoluto) abbia mai prodotto dai tempi di Wu-Tang Forever: è pura dinamite unita a storytelling da strada. Beat pieni, basi soulfood grazie ai tocchi jazz del trio BBNG che è quanto di meglio sia accaduto al rap dopo la venuta sulla terra di Kendrick Lamar. Disco stupendo gustato percorrendo le strade di Harlem in un’estate davvero soul oltreoceano. Must have.

13. Kamasi Washingthon – The Epic
E’ un disco che non dovrebbe esistere nel 2015: tre ore di Jazz tra Sun-Ra e John Coltrane con l’aggiunta di un’epica estremamente cinematografica, del basso elettrico di Thundercat e di voci femminili ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio epico appunto, che nonostante la lunghezza non stufa mai, ed anzi, aiuta a capire tanta musica di oggi. E’ Kamasi uno dei produttori dietro al successo di To pimp a butterfly…e basta sentirlo suonare il Sax per capire il perchè.

14. Flako – Natureboy
Flako è sempre stato uno dei beatmaker più interessanti dell’etichetta tedesca Project Mooncircle (quella di Robot Koch per capirci) e qui lo dimostra staccandosi dall’esempio ma anche dall’ombra di Dilla (il predente Mesetekt ne era un’omaggio), per affrontare una strada ricca di spunti, synth e beat grassi. Il pezzo su “icaro” (ascoltabile nella mia playlist Coffee Cable) è tra i pezzi dell’anno.

15. Vince Staples – Summertime 06
Oltre a Tyler the creator, Earl Sweatshirt e Frank Ocean, la crew los angelena Odd Future, è riuscita a sfornare un altro rapper dalle doti metriche impressionanti. Il suo nome è Vince Staples, le basi su cui rappa sono cupe e sincopate, i ritornelli sono sempre abbozzati più che compiuti, i campioni sono estremamente intelligenti ed il mood generale è da rap dei primi anni zero. Un disco per cultori del rap che perde il confronto con Asap Rocky solo per l’inferiore musicalità.

Quando il jazz salvò l’hiphop – da Kamasi a Lamar passando per gli NWA

IMG_20150807_222004E’ passato un po’ di tempo da quando ho scritto l’ultima volta su questo blog, spazio virtuale reso spesso necessario per dare forma a pensieri e per far fluire passioni e suggestioni; in mezzo c’è stata tanta musica, tanta evoluzione, un mese vissuto nel cuore di Harlem a capire dall’interno la cultura di cui mi piace parlare, scrivere e che mi esalta ascoltare, vivere, respirare: quella black, quella solo parzialmente rappresentata dall’hiphop e completata in modo sublime dal Funk, dall’approccio prima che dalla musica Jazz, dal Soul inteso come anima di strada, dalla street culture troppo spessa rappresentata come un genere da vendere anzichè per quello che è veramente: un flusso di stili e contaminazioni che si fanno cultura dal basso.

E’ passato un po’ di tempo anche perchè oggi i pensieri si fanno complessi e spesso districarsi tra le evoluzioni culturali-musicali, lasciando fuori il frastuono dei commenti sterili sui social network, degli slogan pro o contro il tal pezzo o il tal artista, non è cosa semplice. Trovare il tempo per interpretare neppure. Facile codificare i singoli di Drake come “the new thing”, facile far “fare il giro” a pezzi tanto vuoti da diventare tamarri, a simboli tanto manieristici (Kanye?!) da diventare “roba per cultori” del genere anzichè spazzatura quale forse è per davvero (ma chi lo dice se l’establishment musicale crea i personaggi e chi ascolta non ha più riferimenti per giudicare?). Facile? No, difficile.

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Cambiano i paradigmi, il rap diventa un movimento per adolescenti nemmeno più incazzati, che anzi, scompaiono quando l’hiphop fa sul serio come quando salgono sul palco a Milano i Run The Jewels dell’ex Definitive Jux El-P e dell’ex Dungeon Family (mio dio, chi erano costoro?) Killer Mike, e ti ritrovi a seguire il concerto con Ensi, Fritz Da Cat, Lord Bean aka Luca Barcellona, gente che la storia dell’hiphop l’ha fatta in Italia e che le nuove generazioni in gran parte nemmeno conoscono. Paradossi moderni di un genere che ha fatto della conoscenza delle proprie radici e di quelle della musica che campiona (funk, jazz, blues, soul appunto) uno dei mantra e dei credo principali per sapersi auto alimentare e celebrare, salvo poi restare in molti casi puramente auto celebrativo e ghettizzarsi da solo in angoli non bene identificati quasi quanto quelli cercati da Foreman sotto la pioggia di pugni di Alì.

Cambiano i riferimenti eppure sotto la superficie (beneath the surface, come profeticamente pronunciava Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, ancora oggi tra i pesi massimi dell’hiphop capace di unire vecchia e nuova scuola in un’ideale ponte newyorkese tra vecchio e nuovo, passato e presente) si muove tanta buona musica che a volte sfonda la barriera imposta dall’establishment musicale e sovverte anche gli schemi di quest’ultimo, sempre pronto  sfornare hit di rapido ed insipido consumo.
IMG_20150810_092305Ed io non scrivevo da un po’ perchè questo fenomeno era in atto, non ancora compiuto, meritava un’analisi in silenzio. L’hiphop quello più vero, quello che fa di contaminazione, evoluzione e sperimentazione, nel frattempo si è evoluto in musica elettronica di confine: ragazzi nerd dietro ai propri laptop e campionatori hanno originato dischi memorabili al di fuori dei quattro quarti, prendendo più loro dagli insegnamenti hiphop dei nuovi esponenti o supposti tali del genere. Sono nati i Robot Koch,  i SBTRKT, i Godblesscomputers, i Jamie XX, l’ultimo capace di lavorare anche con Gill Scott Heron che l’hiphop l’ha anticipato anni fa con il suo “revolution will not be televised” (cosa che si sta verificando oggi per altro), e di far risuonare la sua voce campionata al Terminal 5 di New York lo scorso agosto in mezzo ad una bolgia di ragazzini festanti, che di Gill Scott non hanno mai sentito parlare ma che sentivano che sì, qualche cosa quel pezzo gli comunicava. Forse tanto quanto il campione di “Good Times” dei The Persuasions, Neri per caso originali riscoperti proprio grazie al campionamento di Jamie XX nell’ultimo disco.

Nuove contaminazioni, fusioni, commistioni…e all’improvviso uno (s)conosciuto: il Jazz. Robert Glasper jazzista moderno si è messo a dar vita al suo “Experiment” tirando in ballo Mos Def ed il soul della Badu aggiungendo i vocoder cari ad Herbie Hancock; il nipote di Coltrane al secolo Flying Lotus, ha deciso che i suoi esordi di omaggio a Jay Dilla potevano fermarsi lì perchè era necessario procedere verso un’altra strada provando a contaminare la sua Los Angeles, quella degli NWA e delle violenze grauite santificate in “Straight outta Compton“, quella del gangsta rap di Dr.Dre e Snoop Dogg su tutti, con qualche cosa di più di qualche eco jazz alla Guru Jazz Matazz (per altro capolavoro di commistione di generi dell’era 90’s dell’hiphop matrice East Coast), portando un approccio Jazz alle composizioni rap in cui voce e strumento diventano la stessa cosa: saltano le regole di metriche e barre e finalmente anche il rap può godere di un approccio free, fresco ed energico…per palati più colti e fini.


Già, Flying Lotus, uno che viene osannato da chiunque ai festival di musica elettronica, ma che riesce a suonare al Vanguard di New York come suo zio venendo indicato come la cosa più significativa successa in campo Jazz dai tempi di Miles Davis, ed allo stesso tempo di prendersi Snoop Dogg ed il suo gangstarismo per elevarlo assieme al rap consapevole di Kendrick Lamar.
Kendrick: il nuovo paladino del conscious rap americano che nei propri storytelling dialoga con Tupac, cita Malcom X non per piaggeria ma per profonda conoscenza del tema razziale, si chiede dove lo sta portando tutto questo e con lui la cultura afro-americana e quando sale su un palco (visto al Primavera Festival a Barcellona) si portam una band di 5 componenti sprigionando un groove di cui sono capaci forse solo i philadelphiani The Roots.

Il rap si eleva con Kendrick a musica per palati fini senza perdere la sua essenza di strada. Si confonde con il jazz e con le melodie del basso elettrico di Thundercat, altra scoperta di Flying Lotus per la cui etichetta brainfeeder incide due dischi monumentali ridando dignità funk al basso elttrico con cui negli anni hanno scherzato i gruppi P-Funk capitanati da George Clinton, che ne frattempo duetta con D’Angelo sul suo Black Messiah, uno dei dischi forse più importanti degli ultimi 10 anni in ambito black music, uscito in un 2015 ricco di blackness come non accadeva da anni. Thundercat dicevo, capace di passare dal suo album solista tra jazz ed electro soul, alle produzioni per Lamar e Lotus (fondamentale il suo apporto in “You are Dead”) per poi entrare a far parte del super gruppo Jazz messo insieme dal sassofonista Kamasi Washington alle prese con il monumentale “The Epic”, disco uscito ancora una volta per Brainfeeder etichetta di Flying Lotus e che vede nei pezzi suonati con Thundercat dei veri e propri capolavori sospesi tra Coltrane, Miles e Sun Ra, citando e campionando ancora una volta Malcom X. E pensare che proprio Kamasi è nascostro dietro a molte produzioni dell’ultimo disco di Kendrick, Pimp like a butterfly…

Kamashi Washington's new album, The Epic, comes out May 5

Kamashi Washington’s new album, The Epic

Intrecci infiniti, suoni che si evolvono in continuazione verso un’epica evoluzione del concetto di soulfood, cibo per l’anima, cosa che la musica rappresenta per gli afro-americani, e che di singoli faciloni da radio non se ne fa un benemerito, salvo poi collimare in pezzi da club, consapevolmente, in cui puoi trovare a duettare Kendrick con il socio Asap Rocky su ritornello di Drake.

Ecco perchè non scrivo di getto, perchè la realtà è meravigliosamente complessa. Come associare PIMP e BUTTERFLY nel titolo di un album che riassume perfettamente il senso di tutto questo sfogo digitale. Evoluzione è ricombinazione. Siamo pronti.

Luca “Luke” Mich
twitt: @lucamich23

 

I migliori dischi del 2014 – compiled by Luke

Tradizione/tentazione dura a morire quella di compilare la classifica dei migliori dischi dell’anno. E dopo un 2014 in grado di regalare diverse perle, soprattutto in ambito elettronico/R’n’b e da parte di artisti emergenti (sono ben 7 sui 15 artisti scelti…) è con una buona dose di auto-compiacimento che posto la mia classifica personale basata come al solito su: emozioni suscitate, grado di innovazione, groove. Con un rapido commento per ogni disco. #goodvibes

album14

1. Sohn – Tremors
Armato di tastiera e di una voce di una bellezza disarmante, Sohn ha esordito con un disco soul capace di emozionare ad ogni nota, prendendo le distanze musicalmente dal chiaro riferimento James Blake, grazie all’inserimento di loop vocali (i propri) inediti nel genere elettronico-emozionale. La sua voce che echeggia tra le mura di Castelbuono durante l’Ypsirock14 rimane l’highlight personale del 2014.
2. FKA Twigs – LP1
Lei dice di approcciarsi alla musica R’n’b con fare punk, inteso come capacità di sovvertire regole schemi. Ne esce un oggetto musicale non identificato che è difficile togliere dall’impianto. Estensione vocale stordente, ritmi sincopati, silenzi e lamenti. Testi sbroccati e spinti. Benvenuti nel 3000.
3. Taylor McFerrin – Early Riser
Groove quest’anno può essere tradotto con il nome del nuovo adepto di Flying Lotus che, coadiuvato musicalmente da Thundercat e dai suoi bassi, sforna un album d’esordio strumentale leggero e poetico nel solco della tradizione jazz-soul di derivazione Coltraine. Anche qui un suono mai sentito prima, eppure citazionista.
4. Christian Loeffler – Young Alaska
Bastano 2 note per capire con chi si ha a che fare: un pianista norvegese con la fissa della house music ma con una chiave di lettura bass. Si può solo ballarlo e perdersi con la mente nei suoi paesaggi.
5. Fatima – Yellow Memories
Nonostante la più brutta copertina dell’anno, questa è l’uscita più sorprendente. Su produzioni di Oh No, Scoop Deville, Floting Points e Compute Jay, l’esordiente soul singer Fatima riesce a sfoderare un’ecletticità unica cavalcando beat club, veleggiando su ballate soul e sprigionando una grinta funk degna di una chour singer anni 60. Magica.
6. Illum Sphere – Ghost of then and now
Ninjatune si è giocata una delle sue carte migliori già a febbraio ed il fatto di averlo ancora in heavy rotation da allora, significa davvero che i fantasmi del titolo sono destinati a rimanere nel tempo nelle casse. Producer che fonde techno, bass music ed elettronica emozionale amalgamando il tutto in maniera soffusa ed elegante. Qui per rimanerci.
7. Caribou – Our Love
E’ il massimo esempio di commistione riuscita tra house e bass music. Il tutto condensato in un disco fatto per ballare, viaggiare, stare bene. Inaspettato.
8. SBTRKT –  Wonder where we land
SBTRKT non stupisce più come all’esordio: la formula è consolidata, così come il sodalizio con il fedele Sampa: ma che cura per produzioni e cantati, con la voglia di aggiungere qualcosa al repertorio (c’è anche del rap/grime), il mascherato porta ancora uno step più in là la sua ricerca musicale. Apprezziamo.
9. Alex Banks – Illuminate
E’ un disco che sarebbe tranquillamente potuto finire primo…se solo non fosse troppo debitore al lavoro di Jon Hopkyns e quindi suoni un po’ troppo derivativo. Magnificente, storyteller, stratificato. Sono riuscito nell’impresa di piazzargli 8 dischi davanti. Il che dice solo della qualità della musica uscita quest’anno.
10. Darkside – Psychic
E’ uscito negli ultimissimi giorni del 2013 forse per sottolineare la sua crepuscolarità. Disco unico nel panorama elettronico mondiale che prende le mosse da Dark Side of The Moon richiamandone tempi e psichedelia. Dal vivo è un’esperienza totalizzante ed avvolgente. Credo che anche Gilmoure ringrazi.
11. Godblesscomputers – Veleno EP
L’elettronica di Lorenzo Nada non ha eguali nè in Italia nè in Europa: deve molto al suono berlinese di casa Mooncircle ma aggiunge una personalissima visione degli elementi naturali. Sabbia, acqua, legno e nebbia entrano prepotentemente a rendere organica l’elettronica di oggi. Un merito non da poco.
12. Alias – Pitch Black Prism
Se riuscite oggi a trovare un producer di musica hiphop d’avangiardia (anticon) in grado di rimanere se stesso (vedi l’incisivo featuring con Doseone) ma di aggiornarsi e suonare come i migliori producer di bass music europea senza perdere l’approccio ai bassi della doppia H, fatemi un fischio. Immarcescibile.
13. Chet Faker – Built on Glass
Tecnicamente è il suo primo album ufficiale. Nella pratica il secondo. Mette i piedi uno spettacolare blues che strizza l’occhio al folk-pop americano. E’ australiano e ha una voce che non si sente spesso in giro. Difficile non innamorarsi di questo disco, o con questo disco.
14. Run the Jewels – RTJ2
Secondo capitolo per la collaborazione tra Killer Mike ed El-P, ovvero il producer e rapper che dopo aver cambiato la storia dell’hiphop con i Company Flow e con la DefJux, continua il suo percorso di distruzione e ricostruzione degli stilemi del rap americano. Un monumento vivente, un disco aggressivo e incazzato come pochi altri nel genere, basi e rap di livello inarrivabile per qualsiasi altro rapper la fuori. Bentornato 2o02 (Fantastic Damage).
15. Chrome Sparks – Gooddes
Elettronica da viaggio, da viaggi, per i viaggi. Suoni che fanno stare bene sull’asse Londra-Berlino-Australia. Una perla dall’etichetta che ci ha regalato Chet Faker. Future sound.

Luke
@lucamich23

Max Prød’s awards 2013 – best music

Dopo un Duemilaetredici di viaggi, concerti, abbracci ed innumerevoli dichiarazioni d’amore mai fatte, mi sento di pubblicare l’ormai consueta super-classifica-di-musica-molto-bella e che mi ha fatto stare veramente bene.

Boas Festas!

1. Bonobo – The North Borders
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2. Shigeto – No Better Time Than Now
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3. James Blake – Overgrown
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4. Jon Hopkins – Immunity

5. Moderat – II

6. Burial – Rival Dealer

7. Disclosure – Settle

8. Shlohmo – Laid Out

9. Fat Freddy’s Drop – Blackbird

10. Raffertie – Sleep of Reason

11. Daft Punk – Random Access Memories

12. RJD2 – More Is Than Isn’t

13. Thundercat – Apocalypse

14. Flume & Chet Faker – Lockjaw

15. Ghostpoet – Some I Say So I Say Light

 

M.

Luke’s awards 2013 – best music

Come da tradizione ecco la mia personalissima classifica dei migliori album usciti nel 2013 tenendo conto di bellezza oggettiva (per quanto possibile) del disco, grado di innovazione e sopratutto emozioni trasmesse. Questi sono, da sinistra a destra, i miei top 15…con una veloce motivazione pe ognuno.

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1. Jon Hopkins – Immunity
E’ l’artista che mi ha emozionato di più nel 2013: lo storytelling applicato alla musica elettronica strumentale.
I suoi sono mondi e tessuti sonori in cui perdersi e ritrovarsi ogni 4 battute.
2. Bonobo – The North Borders
Bonobo prosegue il lavoro fatto con Black Sands fondendo etno music, trip hop, soul ed elettronica in un mix di suggestioni. E lo fa con la padronanza di un orchestrante gestendo voci, strumenti, campioni. Impressionante
3. Flume – Flume
Disco perfetto il suo, l’anello mancante tra post-dub step ed hiphop. Direttamente dall’Austrialia per aggiugere tasselli mancanti alla bass music europea.
4. James Blake – Overgrown
Una conferma su disco e una sorpresa totale live. Al Primavera di Barcellona ha stupito tutti non solo per la voce cristallina ma per i bassi più potenti di sempre.
5. Daft Punk – Random Access Memories
Dopo anni di silenzio il duo mascherato ha saputo catturare lo spirito del 2013 ed il ritorno alle sonorità anni ’80 che hanno caratterizzato quest’anno. Citazionista e futurista allo stesso tempo.
6. Shigeto – No better time then now
Sonorità totalmente nuove nel panorama elettronico grazie a ritmiche creative e mai scontate, interamente suonate con batteria analogica. Anche qui qualcosa di mai sentito prima.
7. Jose James – No beginning no End
Miglior voce black del piaeta con buona pace anche di Frank Ocean, disco impeccabile per Blue Note records. Il Jazz moderno ai massimi livelli.
8. Fat Freddy’s Drop – Blackbird
Molto più che una riconferma: un’evoluzione dal dub suonato a quello più club passando per il raggae e la deep-house. Un escursus su ciò che rappresenta la musica black per l’umanità.
9. Burial – Rival Dealer
Forse il disco più futurista uscito quest’anno: tra qualche anno sarà ricordato per aver dato il via ad un nuovo tipo di approccio alla musica elettronica. Vale tanto quanto il suo primo disco per carica innovativa
10. Earl Sweatshirt – Doris
Odd Future dopo Tyler the Creator (ottimo anche il suo Wolf), sforna questo artista dalle rime quasi troppo facili e strafottenti: un talento cristallino che riassume come si può rappare senza sforzo nel 2013. E soprattutto senza ritornelli. La cosa più simile ai Wu-Tang uscita dal 96 ad oggi. C’è pure la firma di RZA infatti.
11. Moderat – II
Il ritorno dei Modeselektor + Apparat regala synth di una potenza totale affiancati a melodie dolci e riappacificanti. L’elettronica al suo meglio. Di gran lunga superiore al suo predecessore.
12. Godblesscomputers – Freedom is ok
E’ l’elettronica più “liquida” che si possa sentire in questo momento: una fusione perfetta tra suoni analogici, digitali e celebrali. Unico italiano a tenere testa su LP ai grandi della musica bass contemporanea.
13. Tricky – False Idols
Ritorno soul e trip-hop per uno dei pesi massimi degli anni ’90, dando spazio ad una voce femminile (italiana) meravigliosa.
14. RJD2 – More is then isn’t
La dimostrazione di come si può essere ancora creativi, originali e groovosi campionando a piene mani. Un ritorno che fa tornare alla mente i tempi della Def Jux. Nostalgico ma nuovo.
15. Atoms for Peace – AMOK
Il disco più curato dell’anno: ogni suono è stato studiato alchemicamente per risuonare con il tormentato animo umano. Un disco che è tanto difficile da comprendere a pieno, quanto lo è smettere di analizzarlo.

Luke

I beat perduti di Jay Dilla: lost tapes reels

Il primo giorno di bel tempo da mesi lo inizio con il sound di Jay Dilla: sul piatto gira “Lost Tapes Reels + More” per gentile concessione della label Newyorkese FatBeats che in associazione  con Frank Nitt ed Ma Duke, madre del compianto James Yancey, è riuscita a mettere assieme il più bel disco postumo di Dilla mai uscito fino ad oggi, ricercando tra i beat ancora imprigionati nel suo pc e nel suo campionatore e scovando quelli dell’ultim’ora, quelli probabilmente esclusi per mancanza di spazio o per sovrabbondanza dalla sua opera totale “Donuts” composta sul letto di morte in ospedale ed osannata dal mondo hiphop, house ed electro, come un disco seminale in grado di tracciare nuove strade nella musica composta con i sampler.

Ne è uscito un disco di beat con i fiocchi, roba da far ribaltare dalla sedia per inventiva, groove, pienezza dei suoni. Ascoltarlo è come mangiare soul food ad Harlem, dà le stesse sensazioni di una messa battista, mette la stessa fotta che mette vedere l’afro di Julius Erving involarsi a canestro. E’ essenza black, è Dilla, è Jay Dee, è Detroit.
Il disco tra l’altro si pone come legame perfetto tra hiphop e mondo electro-house, facendo intravedere cosa sarebbe stato possibile se il terribile lupus renale non si fosse portato via il più grande producer moderno nella musica black.

Proculatevelo, è permesso averlo solo in vinile. Pelle d’oca.


Archivio

Disco dell’anno 2016

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