Archive for the 'Recensioni – Dischi' Category



Flying Lotus Until the quite comes aka calma apparente

Ammettiamolo, dopo l’ipertrofico Cosmogramma ed il più misurato EP Pattner+Grid abbiamo pensato un po’ tutti che Flying Lotus dovesse fare un passetto indietro, magari in direzione “Los Angeles” (il suo terzo disco), per rendersi un pochino più accessibile ad un pubblico che, non si sa quanto per fattori legati all’hype del personaggio piuttosto che per la sua musica, ormai lo venera (a ragione) a mo’ di Gesù nero della musica eltettronica. Non che Cosmogramma non fosse un discone, anzi, disco-mondo dichiarato già dal titolo, ma qualche eccesso di autocompiacimento lo conteneva.

Il rischio del nipote di John Coltrane dopo CG era quello di chiudersi su se stesso e sui suoi suoni strabordanti come un moderno ermetista, ma dopo diversi ascolti del suo nuovo lavoro “Until the quite comes” posso affermare che il pericolo è definitivamente scampato e che quel passettino indietro, per compierne in definitiva due avanti, è stato effettivamente fatto.
UTQC è senza tema di smentita il disco più accessibile del nostro, quello più melodico, smussato, ma non per questo meno ritmico ed intricato. Semplicemente più fruibile perchè più poetico. Un po’ più cool jazz e meno free. Un po’ più Coltrane che Sun-Ra.

Siamo di fronte forse alla punta massima di jazz elettronico, fatto con pattern di batterie in continua evoluzione, melodie che si intrecciano e si trasformano in colonne sonore da salotto per poi tornare a sporcarsi con storpiature e modificazioni stradaiole, black fino al midollo. E’ un disco caledoscopico che sa mescolare in continuum jazzistico la voce di Erykah Badu (mai così piacevolmente strumentale ed etera) e le soluzioni melodiche di Tom Yorke, il beat potente di una “Sultan’s Request” al funky dopato di “The Nightcaller” fondendo gli xilofoni della magnifica traccia di apertura “all-in” alla rievocazione R&B di “Getting There”.

Nel suo genere (forse un unicum?) il disco perfetto. Un disco che se Miles fosse vivo avrebbe di certo apprezzato e forse prodotto.

Elettronica e jazz fusi in una sintesi perfetta. Chapeau.
Voto 9 (il 10 è di Miles).
Luke

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Sculture sonore e note liquide: tra Herman Kolgen, Dark Sky e JJDOOM

Il festival di arte e musica contemporanea transart12 in provincia di Bolzano è iniziato da pochi giorni e la visione di 2 degli eventi principali quali: l’esperienza ultra-corporea e di alterazione della percezione del reale messa in piedi da Ulf Langheienrich (all’interno di Alumix, ex fabbrica di alluminio bolzanina risalente agli anni 30) e l’esperienza liquida creata dal regista tedesco Herman Kolgen all’interno di una piscina a Merano, hanno già lasciato forti strascichi sulla mia personalissima percezione della realtà, da tradursi come: una nuova interpretazione della musica che sto macinando e bruciando sul mio Technics 1200 in questo periodo di fine estate. La chiave interpretativa per quanto troverete nelle recensioni sottostanti va quindi ricercata in questo recente quadro esperienziale.

Dark Sky – Black Rainbow
Sarà che la cover di questo disco, in linea con quanto espresso dal titolo dell’album, vede un arcobaleno formato dai riflessi della luce su una colata di petrolio, sarà che i suoni dei 3 musicisti di Londra affiliati a Black Acre records sembrano uscire da un fabbricato alla periferia di Manchester e che sembrano sfaldare le certezze da dance-floor che ci siamo costruiti nell’ultimo anno grazie alla deriva (piacevole) house del dub-step, ma questo disco di 4 pezzi rappresenta la perfezione sonora per proseguire nell’esperienza ultra corporea tarantolata di Ulf Langherienrich. Niente psichedelia, solo beat sparati a mille su bassi corposi e sfonda casse. Gli spasmi arrivano verso la fine con il pezzo culto “Totem”.

Lorn – Ask the dust
Quel che rimane della bass music da club dopo essere passata per le macchine di Lorn, producer inglese accasatosi in NinjaTune, bisogna assaporarlo tra le ceneri del dub-step. Lorn è abbastanza chiaro in merito: perchè trasformare un’esperienza potenzialmente dark (la bass music inglese) in un raggio di luce dance (Skrillex) quando la si può incupire ancora di più fino a diventare canto funebre del genere stesso? Lorn dà un’interpretazione tutta sua dei sintoni dub trasformando il suo disco in cupo inno alla bass music. Per gli amanti di Zomby, qualcosa di ancora più straziante ma infinitamente più potente. Se poi lo si ascolta dopo uno spettacolo di Herman Kolgen di se stessi rimane ben poco. Straniante.

 
JJ DOOM – Key to the Kuffs
In questo contesto il nuovo lavoro di Doom, sempre più british che americano causa la sua lunga permanenza su suolo inglese nell’utlimo anno (dicono gli sia stato negato il rientro negli USA per motivi però del tutto ingoti), è l’ancora di salvataggio nella piscina di Kolgen, il collegamento con l’aspetto più fisico della realtà, con la strada ed i suoi mille feticci. Peccato, anzi per fortuna, che a tenere il tutto in una dimensione più quantizzata e vagamente eterea ci pensi il king assoluto delle produzioni post Dilla in ambito black: Jneiro Jarel sotto il suo classico pseudonimo Dr Who Dat?. Il dottore sforna semplicemente le migliori basi sulle quali doom abbia mai rappato, non me ne voglia DangerMouse, passando da pessi di matrice jazz-dowtempo “Winter Blues” a boom clap sporcati da concetti di madlibiana memoria “‘Ello Guv’rnor“. Ricordandosi quanto fatto per il progetto Shape of Broad Minds, Janeiro porta su marte lo stile di produzione di un pezzo rap inglobando downtempo, etno-music, afro-beat, dub, classic rap: il tutto amalgamato al limite del riconoscibile. Oltre a pezzi di culto che riportano l’ascoltatore di bass music nella dimensione del b-boy stradaiolo che si spezza il collo sui beat dei Wu-Tang (leggasi il sottoscritto) quali “Still Kaps” o “Bite the Thong”, ce ne sono anche altri 2 già usciti ler la magnificente LEX RECORDS (etichetta che ha rilasciato questo disco) nei mesi passati ma qui rivisti da Jarel per la parte musicale: Retarded Fren e Rhymin Slang, che se la giocano con le rispettive versioni originali apparse sul disco celebrativo uscito qualche mese fa per il decennale della label inglese.
Battere EL-P Cancer for Cure e Oddisee People hear what they see, come migliori dischi rap usciti nel 2012 non era facile. Credo che la premiata ditta ci sia riuscita sfornando un album unico sull’asse Londra-New Orleans (città natale di Jarel) e mostrando anche al pubblico americano di cosa sono capaci le influenze sonore europee. Già culto.
Luke

Rapmaniacz recensisce Occhi di Astronauti

Uno dei siti più autorevoli e interessanti nel panorama dei blog che si interessano alla musica underground al confine tra hiphop ed elettronica è sicuramente Rapmaniacz.com, il quale ad un mese circa dall’uscita, recensisce con toni entusiastici il lavoro “La città verrà distrutta domani” di Max Prod e Polly aka Occhi Astronauti. La recensione è scritta talmente bene da cogliere pienamente lo spirito del disco che ricordiamo potete scaricare gratuitamente da qui: http://www.occhidiastronauti.com/

Riportiamo 2 brevi passaggi prima di lasciarvi alla lettura completa:

“La ritmica del Rap è continuamente variata e alternativamente in armonia o in contrasto con lo scorrere dei loop di batteria, dimostrando una padronanza metrica sempre più rara da trovare. Anche il reparto sonoro è amministrato con assoluta maestria, creando una varietà incredibilmente continua tra le atmosfere di ogni pezzo, assecondando sempre il gusto globale del disco”

“Al di là dell’immensa cura nei suoni o nella capacità evocativa dei testi – elementi che permetterebbero già al disco di essere segnalato come uno tra i migliori usciti di recente – dovremmo notare come alle spalle di queste produzioni esista un progetto artistico coerente e un’estetica definita e solida: da questi presupposti non possono che uscire dei gran bei lavori.”

Qui la recensione completa: http://www.rapmaniacz.com/OdA2012.htm

Di seguiti invece trovate le recensioni di Rapmaniacz a 2 storici lavori dei Groovenauti che hanno contribuito anch’essi a portare a quello che è oggi il progetto Occhi di Astronauti: Beauty Industries (2009) e OverKill (2008).

Questi dischi potete scaricarli o richiederli qui: https://groovenauti.com/discografia/

Beak & Claw EP: l’anticon è ancora un passo avanti

Senza troppi clamori circa un mesetto fa è uscito per Anticon, etichetta di riferimento per l’avant/sperimental hiphop (o comunque lo si voglia chiamare) nei primi anni zero, un disco-progetto di 4 pezzi scritto o 6 mani da un terzetto non troppo misterioso ma inedito che va sotto il nome di S/S/S. Dietro ognuna di queste S si nasconde un personaggio di rilievo per la musica indipendente americana: Son Lux soulsinger abstract-pop, SufJan Stevens producer folk/pop e Serengeti rapper  chicagoano “coscienzioso” di casa Anticon rivelazione dello scorso anno (il suo Family & Friends è stato uno dei più significativi dischi rap del 2011). Tre S maiuscole che sono riuscite nello spazio di 4 tracce iper-articolate eppure così leggere da ascoltare, a raccontare l’evoluzione dell’elettronica e del rap ad esso connesso nell’ultimo decennio.

Partendo da suoni ascrivibili ad una possibile progenie dei Clouddead, sono riusciti a mescolare pop/folk-rap, downbeat e perchè no, anche post dub-step, in 4 pezzi che non esito a definire perfetti nella loro caledoscopia. Basti ascoltare il singolo-mondo “museum day” che da solo riesce a dare un’idea di quali siano le possibili forme della musica attuale provenienti dal sottosuolo, da chi fa della ricerca sonora e della fuga dalla banalità il proprio credo.

Non so se questo “Beak & Claw” avrà mai un seguito su lunga distanza, quel che è certo è che lo si può mettere in repeat all’infinito senza mai annoiarsi di scoprirne nuove sfacettature.
Un po’ come successo ormai più di 10 anni fa con le primissime uscite Anticon.

Il mio voto è 9.

Luke

 

 

 

 

 

Wendy Rene, after laughter comes…tears

Saranno almeno 5/6 anni che durante le infinite sessioni di digging che metto in atto nei negozi di dischi di mezzo mondo (New York, Londra, Chicago, Amsterdam, Monaco, Berlino, Bologna ecc. ecc.) immancabilmente mi muovo al termine dagli scaffali alla cassa chiedendo, a volte timidamente, a volte con molto più coraggio a seconda della dose di black music di cui mi pare fornito il negozio, se per caso, tra i classici scatoloni ammassati e polverosi che contraddistinguono i reparti soul/ghospel, ci sia per caso traccia di una certa “Wendy Rene” e del suo “After Laughter comes tears“.

“Whuat da ya say? Guendy Twene?” la risposta che più di una volta mi sono sentito dire. “I dunno“, l’altra classica. “Never heard ‘bout it”, la più scoraggiante.

Ma sì, è la soulsinger campionata dal Wu-Tang Clan in 36 Chambers per il pezzo Tearz. Niente, vuoto assoluto.
Solo una volta, in un negozio Jazz di Chicago, un commesso mi ha dato, non dico una speranza, ma almeno il sentore che non mi stessi inventando tutto e che quel pezzo apparso poi anche in colonne sonore prestigiose come quella di Slevin patto criminale, e re-interpretato in maniera magistrale non troppo tempo fa (2007) persino da Alicia Keys per il suo album “As I am”, esistesse sul serio e non solo nella mente di un ragazzo bianco proveniente da un paese sperduto nell’alto Trentino che di soul si suppone debba saperne meno di zero. Ora non mi considero certo un esperto totale in materia, ma un po’ mi sento di masticarla sta storia della black music e del suo percorso e se i Wu-Tang hanno campionato Wendy Rene e la Stax records l’ha messa sotto contratto nel ’64 qualcuno doveva e dovrà pur conoscerla! Eppure niente di niente, nada, zero, nisba.
Fino al 10 febbraio 2012…data nella quale l’etichetta di Seattle, lontana solo apparentemente dall’influenza musicale del lungo Mississipi e del Tennesse, luogo dove dimora tutt’oggi la vecchia vedova Wendy, l’etichetta dicevo che va sotto il nome di “Light in the Attic” ha deciso di recuperare, rimasterizzare e ristampare in doppio vinile da 180 grammi, ogni singolo pezzo mai inciso (2 inediti compresi) da Wendy e dal suo gruppo soul “The Drapels“. Un piccolo sogno musicale che diventa realtà.

Il disco è accompagnato da una lunga intervista a Wendy fatta proprio a casa sua nel Tennesse nel novembre 2011. Vi si legge la genesi del pezzo che l’ha resa celebre (almeno fino a quando la memoria dell’umanità intera è stata resettata e lei è canduta nel dimenticatoio), la storia commovente degli inizi con la Stax (l’etichetta soul più importante della storia della musica che ci ha regalato Othis Redding, The Bar-Kays, Isaac Hayes, Brooker T) all’età di 17 anni e si apprende della solarità di questa donna oggi rimasta sola in mezzo ai vecchi ricordi dei tempi che furono. I suoi figli qualche anno fa le hanno fatto sentire i pezzi dei Wu-tang e di Alicia che riportano i sampler di After Laughter, ci raccontano abbia sorriso e abbia detto “What? My Song? That Old? What?”.

E così la magia continua, fomentata da qualche rara immagine di Wendy scattata ai tempi che furono.
Ecco, se c’è una musica che ha valore, anche se ristampata e confezionata per i feticisti del genere, per me è questa, per la storia che ha avuto (come dimenticare le note di tearz del Wu Tang suonate da RZA durante il concerto al link del marzo 2003?), per la ricerca che ha richiesto, per le emozioni che mi ha dato tenere in mano finalmente un oggetto fisico con dentro incisa la voce di Wendy Rene. Impagabile.

Luke

Undun: il concept album dei Roots. Le cose non fatte della nazione afroamericana.

Il 2011 è stato un anno ricco di uscite discografiche molto interessanti (pubblicherò qui la mia personalissima classifica entro Natale), e l’autunno ha dato un’ulteriore ventata di freschezza con uscite estremamente valide: The Black Keys, Emika, Mike Ladd e, un po’ a sorpresa dato che il loro album risale a nemmeno un anno fa, The Roots.

Il 13° album della band hiphop di Philly si intitola “Undun” ed è senza dubbio il punto di accesso più complicato alla loro encomiabile carriera. Si tratta infatti di un concept album dal suono molto soft che protrae in qualche modo il mood introspettivo già introdotto sul precedente “How I got over”. Pochi beat, parti orchestrali, melodie riflessive e maliconiche spezzate dal rap duro di Black Thought (che si conferma ancora uno dei migliori lyricist sulla piazza). Un suono rotondo, introspettivo, addirittura definibile ostico se non approcciato nella maniera corretta.

“Undun” non è sicuramente un capolavoro ma rappresenta un momento importante nell’ambiente hiphop tanto quanto nella carriera dei Roots e per questo ho voluto darne una mia interpretazione. Trattasi infatti di un concept album incentrato sulla figura reale-immaginaria di Redford Stevens, un ragazzo nero del ghetto come tanti ce ne sono negli USA, di cui ripercorriamo a ritroso le circostanze che lo portano a finire dietro le sbarre, a non mancare l’appuntamento con il dato statistico che vuole le progioni americane piene zeppe di maschi afroamericani. Crime story fatta di scelte sbagliate, di strade percorse in senso contrario, di buon senso venuto meno sulla strada per la sopravvivenza in circostanze avverse. Una storia assimilabile a tante altre che la cronaca quotidiana ci racconta, fatta di “undun” cose non fatte, appuntamenti mancati con la vita e con le scelte corrette.

I Roots scelgono quindi ancora una volta la strada dell’hiphop conscious, quello che ci parla di storie vere, di strada, fatte di povertà. Argomento che negli anni della crisi globale, del movimento “Occupy Wall Street” e delle promesse non mantenute del governo Obama, assume significati ancora più profondi, chiudendo il cerchio proprio sulla parola UNDUN: traducibile anche con “inconcludenza”.

Questlove ce ne parla mettendo in musica il sentimento della nazione afro-americana, ricordandoci e ricordandole che i problemi irrisolti nelle strade americane sono ancora molti. Alla faccia dei tanti dischi rap basati sulla sola autocelebrazione che escono al ritmo di decine a settimana. Per un gruppo che ha fatto e detto tutto nel corso di 13 – tredici – album, non è affatto poco.
Se lo spirito originario di denuncia dell’hiphop esiste ancora è anche grazie alla masnada di Questlove. E c’è chi ringrazia.

Citazione iconica: “Lotta niggas go to prison, how many come out Malcolm X?”

Luke

Mr. Chop: il feticista dell’analogico strikes again!

Now Again. Il suono di ieri riproposto oggi in forma nuova ma rispettosa del passato. Questo il proposito dell’omonima sotto-etichetta di Egon, leggasi fondatore e amministratore dell’etichetta indipendente più importante per la cultura hiphop dagll 2000 in poi: Stones Throw. Now Again ci ripropone oggi grandi ristampe di pezzi introvabili, compilation funky imprescindibili come Cold Sweat, Kashmere Stage Band, Texas Funk, Funky 16 e tantissime altre gemme di cultura nera rispolverate e riproposte oggi su supporto vinilico.

Tra una ristampa e l’altra però, Now Again dedica alcune centellinate uscite a produttori e musicisti che ricercano ancora oggi nelle loro produzioni musicali quel suono retrò e analogico tanto caro alla black music. Tra gli artisti di casa Egon ricordiamo per esempio The Heliocentrics, collettivo di batteristi e polistrumentisti pluri-campionati da Dj come Dj Shadow tanto per fare un nome, e autori nel 2008 di un album passato già alla storia della musica funk-cinematica.

Ma se di loro si è parlato spesso in questi 3 anni, si è discusso molto meno di un altro artista Now Again: Mr Chop, produttore inglese  tra le altre cose proprietario di Chesire Ape Studio Recordings, uno degli studi più ricchi di strumentazione analogica al mondo. Moog, Mini-Moog, sintetizzatori seminali, Hammond, Fender Rhodes, Hammond Organ: un tripudio di strumentazione per feticisti del nastro e delle manopole fisicamente intese. Leggermente fuori dai radar dell’hiphop strumentale odierno, Mr Chop un paio di anni fa è stato l’artefice di un ottimo disco d’omaggio a Pete Rock, costruito re-inventando i suoni del primo disco di Pete con un campionamento innovativo in chiave funky, quasi a voler invertire, fcendo il percorso inverso, l’assioma hiphop che vuole la nascita del genere ed il perpetrarsi dello stesso, basarsi sul campionamento del genere funk.
Una grande gemma incastonata nell’underground ed uscita per Stones Throw.

E’ di poche settimane fa invece l’uscita di un nuovo interessantissimo lavoro di Mr. Chop: “Switched on“, disco interamente realizzato negli studi di Ape Recording utilizzando esclusivamente la strumentazione analogica di cui sopra. Cose dell’altro mondo, anzi di un’altra era geologica. Il risultato? Un suono pieno, avvolgente, ruvido, sporco, totalmente vintage, capace di ammaliare, di folgorare e proiettare in un’epoca mai esistita: quella di un suono anni ’70 portato ai giorni nostri con un’operazione di fast forward in grado di fargli assimilare funky, hiphop e black rock, in pratica la storia della musica nera moderna, in un nanosecondo. “Solo” per risputarne qualcosa di totalmente nuovo e fuori dagli schemi.

Campionamenti da vecchie bobine hanno portato alla luce fraseggi di Hendrix, Hayes, Wesley facendoli suonare in modo nuovo sulle percussioni di Malcom Catto, batterista guarda un po’, dei suddetti Heliocentrics. Un tripudio dell’analogico e, non a caso, dell’analogia verso mondi ormai lontani, che sarebbero persi senza l’esistenza di dj come Chop e di pochi altri estimatori che grazie alla pratica del campionamento mantengono vivo ancora oggi un suono inimitabile re-inventandone in modo psichedelico e cinematico la composizione originale.

Ce n’è per dire grazie.
Voto 9

Info on: http://www.stonesthrow.com/store/album/mrchop/switched-on

Luke


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