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The Best 2015 Albums by Luke

Uno dei motivi per cui apprezzo questo periodo dell’anno è sicuramente quello delle classifiche, dei resoconti, delle milestones: tradizione che in ambito musicale, mi piace portare avanti ancora oggi con la mia personale classifica. E allora eccoli i 15 album che più mi hanno emozionato quest’anno e che più, a mio parere, hanno avuto qualcosa da dire nell’uderground musicale. Il 2015 è stato l’anno del ritorno prepotente della blackness, grazie a Kendrick Lamar, D’Angelo, Kamasi Washington e tutta una serie di rapper che hanno scritto album importanti che saranno ricordati anche negli anni a venire. Un po’ di stanca invece l’ha accusata l’ambito elettronico con davvero poche pietre miliari, tra le quali pero ne spiccano anche di italiane. La classifica la trovate qui sopra, mentre di seguito sono elencate le motivazioni dietro alla scelta di ogni album. Buona lettura e buoni ascolti (qui potete ascoltare le migliori tracce mixate tra loro). Luke

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  1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
    E’ stato senza dubbio il disco più importante dell’anno, quello che ha segnato il ritorno ad un rap nel quale è più il contenuto (forte, riflessivo, grondante blackness) a contare rispetto alla forma (comunque sublime e fatta di jazz, hiphop e funk in egual misura). Si è detto tanto di questo disco, le parole più belle però le ha scritte pitchfork: it’s not just the album of the year: its the voice of a moment in time. E’ il linguaggio del nostro tempo e una riflessione su dove stiamo andando. Se poi lo metti in rima su basi di Kamasi Washingthon, Flyinf Lotus, Thundercat e vendi pure milioni di dischi, hai fatto bingo in ogni senso. Signori, Kendrick Lamar, il re dell’hiphop di oggi.

    2.D’Angelo and The Vanguards – The Black Messiah
    A mo’ di Messia, D’angelo è tornato ad incidere un disco a 15 anni dalla pietra miliare dell’R&B “Voodoo” e lo ha fatto chiamando con se musicisti impressionanti tra i quali anche George Clinton che apre le danze con i suoi cori alla Parliament. Black Messiah è la sintesi di 30 anni di musica nera, il disco da far ascoltare a chi voglia scoprire le facce musicali di un popolo che la musica l’ha rivoluzionata per sempre. Semplicemente perfetto.

    3. Maribou State – Portraits
    Disco passato ampiamente sottotraccia, acquistato dal sottoscritto a scatola chiusa perchè gli inglese Maribou State sono una garanzia nel campo dell’elettronica soul. Voci calde, beat derivati vagamente dalla house music più soul, echi e riverberi da musica da camera, bassoni da dancefloor, c’è tutto ed è il miglior disco di musica elettronica di quest’anno

    4. Jamie XX – In Colours
    Questo disco rappresenta il 2015 meglio di ogni altro: contiene citazioni alla musica dance anni ’80, voci ghospel afroamericane (The Persuasions), cita la scena black newyorkese come quella rave inglese, fonde campioni a parti suonate come un disco rap ma è di fatto un disco house: piace ai tamarri ed ai cultori dell’underground…e fa ballare tutti. Jamie XX è stato IL nome del 2015, per le strade di New York ad agosto oltre al suo temporary store campeggiavano manifesti ovunque con la scritta “I know, there is gonna be a good time”…promessa mantenuta Jamie.

    5. A$asp Rocky – Alla
    Ecco un disco che non avrei mai pensato di vedere in una mia classifica. Asap è passato però dall’essere un rapper da classifica ad un liricista capace di far riflettere sulla condizione degli afroamericani di oggi, piazzando comunque i suoi pezzi al primo posto su Spotify. A produrlo e a dare quell’inconfondibile e calda pasta sonora blues, nientemeno che Danger Mouse e si sente…già a partire dal primo pezzo “Holy Ghost”…capolavoro

    6.Jack Garratt – Sinesthesya EP
    E’ il Chet Faker dell’anno: una voce piena, calda, un soul elettronico deciso che esalta con la profondità dei bassi e gli arrangiamenti post-dubstep super curati. E’ una piccola gemma dal sottosuolo fatta di sole 5, ma indimenticabili, tracce. Perla rara.

    7.Godblesscomputers – Plush and Safe
    Lorenzo Nada ha il pregio di avere davvero chiaro in testa il suono che intende costruire e le emozioni che vuole trasmettere: ogni suo album è un progetto curato in ogni suono, per sottrazione. Questo però è il suo disco migliore, quello che mi ha fatto piangere sotto al palco dello Spring Attitude a Roma e che mi ricorda sempre quanto siano vicine le scene della bass music e quella beat. Una pasta sonora unica, emozionante e soprattutto personale.

    8.Lapalux -Lustmore
    Lapalux è un producer parigino che negli ultimi 4 anni si è distinto per aver prodotto musica elettronica post dubstep estremamente raffinata, lo si può intuire anche dalla copertina. Con When you are gone aveva quasi lanciato uno standard produttivo con le voci pitchate su ritmi lentissimi e beat pieni…poi ha deciso di regredire con Nostalchic, salvo recuperare con quest’ultimo album dove compare anche la voce di Andreya Tiriana ed un gusto per i pezzi vicino a quello di Bonobo. Ben tornato.

    9. Ta-Ku – Songs to Make Up to
    Seguito di Songs to Break up to, il disco del producer australiano Taku porta la scena beat verso un approccio soul estremamente interessante dove tracce di piano e linea di basso melodico esplodono all’improvviso grazie a beat degni del miglior Dilla a cui il nostro da sempre si ispira. Il disco ideale per svoltare la domenica pomeriggio e far vibrare le pareti di casa di negritudine.

10. Drake – If you are reading this is too late
Per motivi diversi, di forma Drake e di contenuto Kendrick Lamar, sono stati i due rapper sulla bocca di tutti quest’anno. Drake ha praticamente creato un nuovo modi rappare su basi lentissime, super paracule e di una semplicità e superficialità disarmante. Eppure questo disco ha stile. E poi lo puoi mettere nelle situazioni più scabrose sentendoti una “Leggenda”. Immancabile nella top 10. E me ne vergogno anche un po’.

11. Mecna – Laska
Entra in classifica rapper italiano che di italiano ha solo la voce, per il resto tutti i riferimenti musicali sono assimilabili alla scena post dub-step e alle interpretazioni post R&B di Drake. Lui è di fatto il drake italiano, ma nei testi non ce n’è per nessuno, qui l’abilità di storytelling è unica, complessa e stratificata. Un hipster a cui il rap riesce davvero bene.

12. Ghostface & Bad Bad Not Good – Sour Soul
E’ il disco più wu-tang che un membro dei wu-tang (il più prolifico in assoluto) abbia mai prodotto dai tempi di Wu-Tang Forever: è pura dinamite unita a storytelling da strada. Beat pieni, basi soulfood grazie ai tocchi jazz del trio BBNG che è quanto di meglio sia accaduto al rap dopo la venuta sulla terra di Kendrick Lamar. Disco stupendo gustato percorrendo le strade di Harlem in un’estate davvero soul oltreoceano. Must have.

13. Kamasi Washingthon – The Epic
E’ un disco che non dovrebbe esistere nel 2015: tre ore di Jazz tra Sun-Ra e John Coltrane con l’aggiunta di un’epica estremamente cinematografica, del basso elettrico di Thundercat e di voci femminili ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio epico appunto, che nonostante la lunghezza non stufa mai, ed anzi, aiuta a capire tanta musica di oggi. E’ Kamasi uno dei produttori dietro al successo di To pimp a butterfly…e basta sentirlo suonare il Sax per capire il perchè.

14. Flako – Natureboy
Flako è sempre stato uno dei beatmaker più interessanti dell’etichetta tedesca Project Mooncircle (quella di Robot Koch per capirci) e qui lo dimostra staccandosi dall’esempio ma anche dall’ombra di Dilla (il predente Mesetekt ne era un’omaggio), per affrontare una strada ricca di spunti, synth e beat grassi. Il pezzo su “icaro” (ascoltabile nella mia playlist Coffee Cable) è tra i pezzi dell’anno.

15. Vince Staples – Summertime 06
Oltre a Tyler the creator, Earl Sweatshirt e Frank Ocean, la crew los angelena Odd Future, è riuscita a sfornare un altro rapper dalle doti metriche impressionanti. Il suo nome è Vince Staples, le basi su cui rappa sono cupe e sincopate, i ritornelli sono sempre abbozzati più che compiuti, i campioni sono estremamente intelligenti ed il mood generale è da rap dei primi anni zero. Un disco per cultori del rap che perde il confronto con Asap Rocky solo per l’inferiore musicalità.

Coffee Cable mixtape: il meglio del 2015 dall’underground musicale

Il 2015 è stato un anno di cambiamenti, viaggi, persone, luoghi nuovi. Ad accompagnarmi come sempre tanta buona musica, spesso proveniente da “sotto la superficie”. Ne ho mixata un po’ per riassumere in un’oretta scarsa, i momenti più emozionanti dell’anno. Un viaggio personale che spero possa trovare interessante anche chi è disposto a conoscere e farsi trasportare dalla musica che si trova nella zona grigia tra hiphop, bass music, elettronica e post dubstep. Alcuni sono pezzi molto conosciuti, altri forse meno e proprio per questo trovano spazio su questo blog. Buon ascolto. Luke

 

Space Dust Leftovers – 2015 mix by Max Prød

Un’ora di buona musica e di cibo per l’anima by Max Prød. Alcuni dei migliori pezzi usciti quest’anno nella zona grigia tra elettronica, bass e black music. Buon ascolto!

Quando il jazz salvò l’hiphop – da Kamasi a Lamar passando per gli NWA

IMG_20150807_222004E’ passato un po’ di tempo da quando ho scritto l’ultima volta su questo blog, spazio virtuale reso spesso necessario per dare forma a pensieri e per far fluire passioni e suggestioni; in mezzo c’è stata tanta musica, tanta evoluzione, un mese vissuto nel cuore di Harlem a capire dall’interno la cultura di cui mi piace parlare, scrivere e che mi esalta ascoltare, vivere, respirare: quella black, quella solo parzialmente rappresentata dall’hiphop e completata in modo sublime dal Funk, dall’approccio prima che dalla musica Jazz, dal Soul inteso come anima di strada, dalla street culture troppo spessa rappresentata come un genere da vendere anzichè per quello che è veramente: un flusso di stili e contaminazioni che si fanno cultura dal basso.

E’ passato un po’ di tempo anche perchè oggi i pensieri si fanno complessi e spesso districarsi tra le evoluzioni culturali-musicali, lasciando fuori il frastuono dei commenti sterili sui social network, degli slogan pro o contro il tal pezzo o il tal artista, non è cosa semplice. Trovare il tempo per interpretare neppure. Facile codificare i singoli di Drake come “the new thing”, facile far “fare il giro” a pezzi tanto vuoti da diventare tamarri, a simboli tanto manieristici (Kanye?!) da diventare “roba per cultori” del genere anzichè spazzatura quale forse è per davvero (ma chi lo dice se l’establishment musicale crea i personaggi e chi ascolta non ha più riferimenti per giudicare?). Facile? No, difficile.

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Cambiano i paradigmi, il rap diventa un movimento per adolescenti nemmeno più incazzati, che anzi, scompaiono quando l’hiphop fa sul serio come quando salgono sul palco a Milano i Run The Jewels dell’ex Definitive Jux El-P e dell’ex Dungeon Family (mio dio, chi erano costoro?) Killer Mike, e ti ritrovi a seguire il concerto con Ensi, Fritz Da Cat, Lord Bean aka Luca Barcellona, gente che la storia dell’hiphop l’ha fatta in Italia e che le nuove generazioni in gran parte nemmeno conoscono. Paradossi moderni di un genere che ha fatto della conoscenza delle proprie radici e di quelle della musica che campiona (funk, jazz, blues, soul appunto) uno dei mantra e dei credo principali per sapersi auto alimentare e celebrare, salvo poi restare in molti casi puramente auto celebrativo e ghettizzarsi da solo in angoli non bene identificati quasi quanto quelli cercati da Foreman sotto la pioggia di pugni di Alì.

Cambiano i riferimenti eppure sotto la superficie (beneath the surface, come profeticamente pronunciava Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, ancora oggi tra i pesi massimi dell’hiphop capace di unire vecchia e nuova scuola in un’ideale ponte newyorkese tra vecchio e nuovo, passato e presente) si muove tanta buona musica che a volte sfonda la barriera imposta dall’establishment musicale e sovverte anche gli schemi di quest’ultimo, sempre pronto  sfornare hit di rapido ed insipido consumo.
IMG_20150810_092305Ed io non scrivevo da un po’ perchè questo fenomeno era in atto, non ancora compiuto, meritava un’analisi in silenzio. L’hiphop quello più vero, quello che fa di contaminazione, evoluzione e sperimentazione, nel frattempo si è evoluto in musica elettronica di confine: ragazzi nerd dietro ai propri laptop e campionatori hanno originato dischi memorabili al di fuori dei quattro quarti, prendendo più loro dagli insegnamenti hiphop dei nuovi esponenti o supposti tali del genere. Sono nati i Robot Koch,  i SBTRKT, i Godblesscomputers, i Jamie XX, l’ultimo capace di lavorare anche con Gill Scott Heron che l’hiphop l’ha anticipato anni fa con il suo “revolution will not be televised” (cosa che si sta verificando oggi per altro), e di far risuonare la sua voce campionata al Terminal 5 di New York lo scorso agosto in mezzo ad una bolgia di ragazzini festanti, che di Gill Scott non hanno mai sentito parlare ma che sentivano che sì, qualche cosa quel pezzo gli comunicava. Forse tanto quanto il campione di “Good Times” dei The Persuasions, Neri per caso originali riscoperti proprio grazie al campionamento di Jamie XX nell’ultimo disco.

Nuove contaminazioni, fusioni, commistioni…e all’improvviso uno (s)conosciuto: il Jazz. Robert Glasper jazzista moderno si è messo a dar vita al suo “Experiment” tirando in ballo Mos Def ed il soul della Badu aggiungendo i vocoder cari ad Herbie Hancock; il nipote di Coltrane al secolo Flying Lotus, ha deciso che i suoi esordi di omaggio a Jay Dilla potevano fermarsi lì perchè era necessario procedere verso un’altra strada provando a contaminare la sua Los Angeles, quella degli NWA e delle violenze grauite santificate in “Straight outta Compton“, quella del gangsta rap di Dr.Dre e Snoop Dogg su tutti, con qualche cosa di più di qualche eco jazz alla Guru Jazz Matazz (per altro capolavoro di commistione di generi dell’era 90’s dell’hiphop matrice East Coast), portando un approccio Jazz alle composizioni rap in cui voce e strumento diventano la stessa cosa: saltano le regole di metriche e barre e finalmente anche il rap può godere di un approccio free, fresco ed energico…per palati più colti e fini.


Già, Flying Lotus, uno che viene osannato da chiunque ai festival di musica elettronica, ma che riesce a suonare al Vanguard di New York come suo zio venendo indicato come la cosa più significativa successa in campo Jazz dai tempi di Miles Davis, ed allo stesso tempo di prendersi Snoop Dogg ed il suo gangstarismo per elevarlo assieme al rap consapevole di Kendrick Lamar.
Kendrick: il nuovo paladino del conscious rap americano che nei propri storytelling dialoga con Tupac, cita Malcom X non per piaggeria ma per profonda conoscenza del tema razziale, si chiede dove lo sta portando tutto questo e con lui la cultura afro-americana e quando sale su un palco (visto al Primavera Festival a Barcellona) si portam una band di 5 componenti sprigionando un groove di cui sono capaci forse solo i philadelphiani The Roots.

Il rap si eleva con Kendrick a musica per palati fini senza perdere la sua essenza di strada. Si confonde con il jazz e con le melodie del basso elettrico di Thundercat, altra scoperta di Flying Lotus per la cui etichetta brainfeeder incide due dischi monumentali ridando dignità funk al basso elttrico con cui negli anni hanno scherzato i gruppi P-Funk capitanati da George Clinton, che ne frattempo duetta con D’Angelo sul suo Black Messiah, uno dei dischi forse più importanti degli ultimi 10 anni in ambito black music, uscito in un 2015 ricco di blackness come non accadeva da anni. Thundercat dicevo, capace di passare dal suo album solista tra jazz ed electro soul, alle produzioni per Lamar e Lotus (fondamentale il suo apporto in “You are Dead”) per poi entrare a far parte del super gruppo Jazz messo insieme dal sassofonista Kamasi Washington alle prese con il monumentale “The Epic”, disco uscito ancora una volta per Brainfeeder etichetta di Flying Lotus e che vede nei pezzi suonati con Thundercat dei veri e propri capolavori sospesi tra Coltrane, Miles e Sun Ra, citando e campionando ancora una volta Malcom X. E pensare che proprio Kamasi è nascostro dietro a molte produzioni dell’ultimo disco di Kendrick, Pimp like a butterfly…

Kamashi Washington's new album, The Epic, comes out May 5

Kamashi Washington’s new album, The Epic

Intrecci infiniti, suoni che si evolvono in continuazione verso un’epica evoluzione del concetto di soulfood, cibo per l’anima, cosa che la musica rappresenta per gli afro-americani, e che di singoli faciloni da radio non se ne fa un benemerito, salvo poi collimare in pezzi da club, consapevolmente, in cui puoi trovare a duettare Kendrick con il socio Asap Rocky su ritornello di Drake.

Ecco perchè non scrivo di getto, perchè la realtà è meravigliosamente complessa. Come associare PIMP e BUTTERFLY nel titolo di un album che riassume perfettamente il senso di tutto questo sfogo digitale. Evoluzione è ricombinazione. Siamo pronti.

Luca “Luke” Mich
twitt: @lucamich23

 

Altro tiro, altro giro, altro regalo: la recensione del libro di Flavio Tranquillo

altro-tiro-altro-giro-altro-regaloCi sono libri che ti entrano dentro già dopo poche pagine, altri che non lo fanno neanche dopo letture insistite, e poi ci sono quelli che sono già dentro di te, come se fossero un’estensione dei tuoi pensieri o un modo per ordinarli: un ordine che qualcun altro ha dato per te, con parole che difficilmente riusciresti a buttare su un foglio alla stessa maniera. Sono i libri forse più difficili da recensire, anche se qui l’intento recensorio non è propriamente quello classicamente inteso ma è più vicino ad un commento da lettore appassionato del tema. E’ il caso di “Altro tiro, altro giro, altro regalo”, il libro di Flavio Tranquillo, giornalista sportivo in forze a SkySport noto a tutti coloro che in Italia amano la palla a spicchi e quei due cesti posizionati in cima a due pali a nobilitare spiazzi di cemento, asfalto o parquet.

Flavio, il tono confindenziale è voluto perchè mi pare di conoscerlo da sempre, lo palesa già in copertina: non si tratta di una biografia di stampo classico nè postmoderno, piuttosto di una rapsodia di elementi, di un condensato nemmeno troppo ordinato (anche se ci sono i quarti a scandirne l’incedere, proprio come in una partita di “baloncesto”), di uno scritto istintivo, giustapposto e passionale quanto lo sono le sue telecronache.

Dentro ci finiscono l’etica del gioco e della giustizia (sportiva e non solo), i dietro le quinte in cabina di commento fin dai tempi delle prime emozionanti telecronache per le tv locali di quella Milano che ha visto picchi altissimi di basket ai tempi di Premier, Meneghin, D’Antoni; ed anche incursioni in argomenti spinosi quali la gestione dei giocatori italiani in serie A, i drammi di baskettopoli, il ruolo degli arbitri.

Episodi, situazioni e persone analizzate sempre con una pluralità di punti di vista che, chi non è abituato a sentire già le telecronache di Flavio, non si aspetterebbe nel giornalismo sportivo nostrano, troppo spesso intento a sentenziare e giudicare più che a raccontare e a sfaccettare. Quale che sia l’argomento, non esistono ne morali ne giudizi di merito ne prese di posizioni assolute: la pluralità dei punti di vista, ancorchè provenienti da un unica persona, è il valore che più impressiona e caratterizza le oltre 200 pagine di questo libro che più che essere una biografia è un omaggio al gioco della pallacanestro.

1415709511_flavio-tranquilloIl rischio, consapevole, che corre Flavio in certi frangenti è quello del moralismo, ma si tratta di un fraintendimento possibile solo a chi confonde tra loro etica e morale. Lo spiegare il perchè nel basket prevalgano atteggiamenti virtuosi qualora se ne capiscano le dinamiche di gioco completo, elegante, dignitario, lo sviscerare i comportamenti che più si addicono al gioco e che questo contribuisce ad esaltare, non è “fare la morale” bensi mostrare ciò che di più corretto ed etico contraddistingue il Gioco (espressione mutuata da The Game, seminale libro sul basket di strada di Peter Axthelm): un gioco che è fatto di talmente tante variabili all’interno dell’infinità di azioni che contraddistingue una partita, che non può ad esempio essere relegato ad un solo episodio da ritenersi decisivo all’interno dei 48 minuti, un gioco che rappresenta “una livella” perchè dentro a quel rettangolo non importa chi tu sia fuori o che storia tu abbia: dovrai dimostrare chi sei li dentro e dovrai farlo rispettando quel Gioco. Va da se che etica, morale, valori si mescoleranno in quello che è, a detta di Flavio e anche di chi scrive, lo sport più bello e completo del mondo.

Di altro giro non potrei dire che bene fondamentalmente, e consigliare di leggerlo non solo a coloro che sono innamorati della pallacanestro, ma anche a chi vuole provare a capire in quali altri modi può essere visto uno sport: oltre il tifo, oltre la critica sportiva, oltre la passione pura.

Sono sicuro che nessuno ricava più piacere da denaro e potere di quello che ricavo io nel vedere due canestri in una palestra”, recita la frase di James Naismith (l’inventore del Gioco) riportata come incipit dell’ultimo capitolo del libro, beh sono altrettanto sicuro che nessuno ricavi più piacere dal leggere questo libro, di uno sportivo nel vero senso del termine.

Luca “Luke” Mich
@LucaMich23

DSCN8135(fotoby Luke: Coney Island, New York, 2012)

I migliori dischi del 2014 – compiled by Luke

Tradizione/tentazione dura a morire quella di compilare la classifica dei migliori dischi dell’anno. E dopo un 2014 in grado di regalare diverse perle, soprattutto in ambito elettronico/R’n’b e da parte di artisti emergenti (sono ben 7 sui 15 artisti scelti…) è con una buona dose di auto-compiacimento che posto la mia classifica personale basata come al solito su: emozioni suscitate, grado di innovazione, groove. Con un rapido commento per ogni disco. #goodvibes

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1. Sohn – Tremors
Armato di tastiera e di una voce di una bellezza disarmante, Sohn ha esordito con un disco soul capace di emozionare ad ogni nota, prendendo le distanze musicalmente dal chiaro riferimento James Blake, grazie all’inserimento di loop vocali (i propri) inediti nel genere elettronico-emozionale. La sua voce che echeggia tra le mura di Castelbuono durante l’Ypsirock14 rimane l’highlight personale del 2014.
2. FKA Twigs – LP1
Lei dice di approcciarsi alla musica R’n’b con fare punk, inteso come capacità di sovvertire regole schemi. Ne esce un oggetto musicale non identificato che è difficile togliere dall’impianto. Estensione vocale stordente, ritmi sincopati, silenzi e lamenti. Testi sbroccati e spinti. Benvenuti nel 3000.
3. Taylor McFerrin – Early Riser
Groove quest’anno può essere tradotto con il nome del nuovo adepto di Flying Lotus che, coadiuvato musicalmente da Thundercat e dai suoi bassi, sforna un album d’esordio strumentale leggero e poetico nel solco della tradizione jazz-soul di derivazione Coltraine. Anche qui un suono mai sentito prima, eppure citazionista.
4. Christian Loeffler – Young Alaska
Bastano 2 note per capire con chi si ha a che fare: un pianista norvegese con la fissa della house music ma con una chiave di lettura bass. Si può solo ballarlo e perdersi con la mente nei suoi paesaggi.
5. Fatima – Yellow Memories
Nonostante la più brutta copertina dell’anno, questa è l’uscita più sorprendente. Su produzioni di Oh No, Scoop Deville, Floting Points e Compute Jay, l’esordiente soul singer Fatima riesce a sfoderare un’ecletticità unica cavalcando beat club, veleggiando su ballate soul e sprigionando una grinta funk degna di una chour singer anni 60. Magica.
6. Illum Sphere – Ghost of then and now
Ninjatune si è giocata una delle sue carte migliori già a febbraio ed il fatto di averlo ancora in heavy rotation da allora, significa davvero che i fantasmi del titolo sono destinati a rimanere nel tempo nelle casse. Producer che fonde techno, bass music ed elettronica emozionale amalgamando il tutto in maniera soffusa ed elegante. Qui per rimanerci.
7. Caribou – Our Love
E’ il massimo esempio di commistione riuscita tra house e bass music. Il tutto condensato in un disco fatto per ballare, viaggiare, stare bene. Inaspettato.
8. SBTRKT –  Wonder where we land
SBTRKT non stupisce più come all’esordio: la formula è consolidata, così come il sodalizio con il fedele Sampa: ma che cura per produzioni e cantati, con la voglia di aggiungere qualcosa al repertorio (c’è anche del rap/grime), il mascherato porta ancora uno step più in là la sua ricerca musicale. Apprezziamo.
9. Alex Banks – Illuminate
E’ un disco che sarebbe tranquillamente potuto finire primo…se solo non fosse troppo debitore al lavoro di Jon Hopkyns e quindi suoni un po’ troppo derivativo. Magnificente, storyteller, stratificato. Sono riuscito nell’impresa di piazzargli 8 dischi davanti. Il che dice solo della qualità della musica uscita quest’anno.
10. Darkside – Psychic
E’ uscito negli ultimissimi giorni del 2013 forse per sottolineare la sua crepuscolarità. Disco unico nel panorama elettronico mondiale che prende le mosse da Dark Side of The Moon richiamandone tempi e psichedelia. Dal vivo è un’esperienza totalizzante ed avvolgente. Credo che anche Gilmoure ringrazi.
11. Godblesscomputers – Veleno EP
L’elettronica di Lorenzo Nada non ha eguali nè in Italia nè in Europa: deve molto al suono berlinese di casa Mooncircle ma aggiunge una personalissima visione degli elementi naturali. Sabbia, acqua, legno e nebbia entrano prepotentemente a rendere organica l’elettronica di oggi. Un merito non da poco.
12. Alias – Pitch Black Prism
Se riuscite oggi a trovare un producer di musica hiphop d’avangiardia (anticon) in grado di rimanere se stesso (vedi l’incisivo featuring con Doseone) ma di aggiornarsi e suonare come i migliori producer di bass music europea senza perdere l’approccio ai bassi della doppia H, fatemi un fischio. Immarcescibile.
13. Chet Faker – Built on Glass
Tecnicamente è il suo primo album ufficiale. Nella pratica il secondo. Mette i piedi uno spettacolare blues che strizza l’occhio al folk-pop americano. E’ australiano e ha una voce che non si sente spesso in giro. Difficile non innamorarsi di questo disco, o con questo disco.
14. Run the Jewels – RTJ2
Secondo capitolo per la collaborazione tra Killer Mike ed El-P, ovvero il producer e rapper che dopo aver cambiato la storia dell’hiphop con i Company Flow e con la DefJux, continua il suo percorso di distruzione e ricostruzione degli stilemi del rap americano. Un monumento vivente, un disco aggressivo e incazzato come pochi altri nel genere, basi e rap di livello inarrivabile per qualsiasi altro rapper la fuori. Bentornato 2o02 (Fantastic Damage).
15. Chrome Sparks – Gooddes
Elettronica da viaggio, da viaggi, per i viaggi. Suoni che fanno stare bene sull’asse Londra-Berlino-Australia. Una perla dall’etichetta che ci ha regalato Chet Faker. Future sound.

Luke
@lucamich23

#Noah: il Noé vero è quello di Aronofsky

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Che Darren Aronofsky fosse un regista capace di arricchire le sue storie con un ultra-realismo con pochi uguali ad Hollywood, è cosa nota ai suoi estimatori. Già con “Pigreco il Teorema del Delirio” la fisicità superiore dei personaggi, unità alla profondità psicologica e concettuale del plot, Aron aveva dato prova di avere una sensibilità altra, fuori dal comune.

Con Noah, film ad altissimo budget ed altrettanto alte aspettatve, lo attendeva la prova più dura: quella del colossal, con cui tanti grandi registi indipendenti prima o poi hanno (ahimè) fatto i conti facendone le spese in credibilità e consistenza (l’ultimo a memoria: Neill Blomkamp con il suo bolso e sopravvalutato Elysium dopo la prova straripante a basso budget che aveva scodellato con District 9), era lecito aspettarsi un’interpretazione tutta sua del Noé biblico e del diluvio universale, e così è stato. Spiazza un po’ l’ipotesi fantascentifica e la scelta di ambientare le vicende in un locus ameno, al di fuori di spazio e tempo con unico riferimento certo la Terra…di oggi, di domani, di ieri, non è dato sapere. Spiazza ma arricchisce la storia di elementi stranianti che danno un iniziale senso di disagio e spaesamento che servirà ad Arofnosky per farci dimenticare la storia che conosciamo ed entrare nella sua, quella dove solo una parte di ciò che sappiamo è già scritta. Qui non siamo nell’antico testamento, siamo all’interno dell’essenza umana stessa: stiamo esplorando attraverso i dubbi struggenti di Noè, la dicotomia bene/male, amore/odio, in modo forse non inedito ma sicuramente efficace, fisico, corporale e soprattutto pensato.

noah-imgNoé non è un uomo buono, nessun uomo è stato creato per esserlo, così come Dio non è vendicativo in quanto tale, sono le scelte che entrambi devono affrontare per prendere il proprio posto all’interno dell’Universo, a determinare da che parte far pendere l’ago della bilancia: se a favore dell’amore o a favore dell’odio, che sono poi due facce della stessa medaglia, come dimostra benissimo la scena clou del film in cui Noé dovrà compiere una scelta che sfugge alla facile etichettatura di giusto o sbagliato in assoluto.

Aronofsky ci racconta tutto questo con il suo stile inconfondibile, forse più patinato del solito, forse non padroneggiando ancora a pieno un genere con il quale torna a cimentarsi in maniera molto più magnificiente e attesa rispetto a quanto fatto nel psico-fantasy “The Fountain“, ma sempre mettendoci il suo marchio, quello di un Caino che rifiuta di commercializzare totalmente la propria arte e vuole rimanere autoriale, nelle scelte di regia (vogliamo citare lo splendido stop-motion da cineteca che narrà l’evoluzione della terra?), nella fotografia e nella fisicità dei suoi personaggi. Lo dimostra d’altra parte anche la volontà di pubblicare una Graphic Novel (in Italia edita naturalmente da Panini) basata sulla sceneggiatura del film stesso rendendo di fatto l’opera cross-mediale.

noah-film-di-darren-aronofsky-arca-noèMa no, Noah non è il suo film migliore e non è probailmente un colossal. E’ un film rifiutato dal mondo mussulmano, discusso dal clero ma non ha la portata dirompente di un’opera alla Lars Von Trier nè la voglia di rischiare come un Requiem For a Dream dello stesso regista.
E’ però un film che sceglie di metterci davanti a diversi punti di vista, di farci capire quanto siano le scelte che l’uomo compie a renderlo ciò che è. Un film che com’è usanza del regista, parla di ossessioni e domande ambigue per le quali non esiste una risposta univoca. E scusate se è poco. Mostri di pietra a parte.

Voto 7

Luke

Doin’ it in the park: racconti dalle strade di New York

a2Probabilmente non tutti coloro che avranno voglia di leggere queste righe, familiarizzano con nomi quali Pee Wee Kirkland, Fly Williams, Corey Homicide Williams, Smush Parker, Earl The Goat Manigault.
Si tratta di b-ballers, di giocatori di pallacanestro che hanno fatto la storia del gioco non esattamente, o meglio non sempre, su parquet prestigiosi delle leghe pro, bensì sui campi che contano maggiormente per la comunità afro-americana: quelli di asfalto e cemento di New York, dove la pallacanestro da sempre è THE CITY GAME (ed il seminale libro omonimo di Pete Axhelm ne spiega bene il perchè). La letteratura e la filmografia sull’argomento non è poi così scarsa al giorno d’oggi e anche chi non è cresciuto a palla a spicchi e “black jesus” (il “the city game” italico scritto dall’immenso Federico Buffa) o American Super Basket ed i suoi inserti “on the road”, ha oggi comunque la possibilità di approfondire un bel po’ l’argomento grazie a film come il biografico “Rebound” che racconta la storia di Earl “The Goat” Manigault, uno dei più forti giocatori di sempre a detta di tutti quelli che sulla strada gli hanno dato battaglia (Kareem Abdul Jabbar in testa) ed a cui oggi è intitolato un campo a New York sul quale ho avuto tra l’altro la fortuna di poter giocare nel 2011, al fondamentale “He got Game” di Spike Lee ma anche grazie a tutti gli And1 Mixtapes usciti negli anni ’90 e recuperabili oggi su youtube. Dal lato bibliografico ci hanno poi pensato in Italia appassionati e profondi conoscitori dello street game con Cristian Giordano con “The Lost Souls” e Daniele Vecchi con “Playground Stories” a colmare le lacune che per forza di cose il nostro paese ha sul basket street a stelle e strisce (le strisce verdi e nere però, quelle della bandiera afro-americana).

doin-it-in-the-park-smRisale però a questi primi mesi del 2014 uno dei documenti più importanti e significativi pubblicati sull’argomento: DOIN’IT IN THE PARK: pick up basketball in New York City, documentario sul basket di strada realizzato dalla summa autorità in merito: Bobbito Garcia, già autore del seminale libro (è stato in assoluto il primo sull’argomento) “Where did ou get those?” pubblicazione che ha contribuito a diffondere e documentare il mito delle sneakers così come oggi lo conosciamo (ed indossiamo) tutti noi, ballers o non ballers. Bobbito assieme al fido compare Kevin Couliau si è messo in testa di fare ciò che sa fare meglio: armarsi di sneakers e pallone a spicchi e girare più di 180 campetti della città del basket per eccellenza. Da Harlem al Queens, passando per Brooklyn, Manhattan e perfino per Staten Island: 2 palleggi in ogni campo considerato di riferimento per la street culture a raccogliere tendenze, testimonianze e regole non scritte di quella che è la forma più naturale e vera del gioco inventato da James Naismith a fine ‘800, il pick-up game, quello che nasce spontaneamente formando 2 squadre di 3/4 o 5 uomini per parte e dà il là a partite dove a contare sono prima di tutto l’onore ed il rispetto che ognuno deve sapersi conquistare sul campo, soprattutto nelle situazioni infinite di one on one, di uno contro uno. “No fucking zone, no shit like that, only one on one, chest to chest basketball” come dice nel documentario Pee Wee Kirkland, uno che per quello che narrano le leggende di strada, bisognerebbe venerare come si è venerato il culto di MJ: “niente zona, niente merdate simili: solo uno contro uno, petto contro petto, questo è lo street basket”.

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80 minuti di pura estasi cestistica conditi da pezzi hiphop selectati direttamente dalla collezione di dischi di Bobbito, tra le altre cose DJ della prima ora che con i suoi mixtape (quelli originali, impressi su musicassetta) negli anni 90 ha contribuito significativamente alla diffusione prima ed al successo poi di gruppi quali Wu-Tang Clan, Gangstarr, Jurassic 5.
80 minuti per sognare le strade americane e le sue partite infuocate, per conoscere meglio gli imprescindibili Holocombe Rucker Park (155th street ad Harlem), Goat (Harlem), The Cage a West 4th street (The Village), e ancora Soul i the Hole, Dycman Park e molti altri campi considerati i templi del basket di strada. Ma c’è spazio anche per note di colore quali i giochi più praticati in assenza di possibilità di giocare una vera e propria partita, quindi il celebre Horse o il 21, e gli outfits perfetti per evitare di rendersi ridicoli sul campo (evitare accuratamente canotte di team nba e completi interi, pena la perdita totale della street credibility e del rispetto della comunità).

Un trattato di cultura black e sportiva che vale davvero la pena di recuperare e studiare. Che siate già padroni della materia o neofiti. Perchè “puoi giocare nell’nba per 15 anni, al college per 4, nella tua squadretta per 20, ma giocherai al campetto per sempre, finchè le membra ti reggeranno”.

#doinitinthepark: un must have. You know what I’m saying?
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Luke

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“LadyE” mixtape: musica per combattere la pioggia

In una giornata uggiosa come quella di oggi, domenica 2 febbraio, ho pensato di mettermi sui miei piatti e comporre un mixtape muovedomi caleidoscopicamente tra le varie sfumature della musica elettronica contemporanea: nell’area grigia (come il cielo di oggi) tra post dub-step, post R&B, hiphop, electro soul e house. 1 ora e 20 di musica la cui matrice prima può essere sempre e solo quella black, pur non sembrandolo, a volte.

Buon ascolto, in streaming o un download (cliccando sul bottoncino apposito su soundcloud).
Più sotto trovate la tracklist completa.

https://soundcloud.com/lucamich23/luke-ladye-mixtape

Ultraista – Smalltalk (Four Tet remix)
Axel Boman – Hello
Four Tet – Buchla
Disclosure feat Sam Smith – Latch
Machinedrum – Gunshotta
Machinedrum – Rise N Fall
Flume – Sleepeless
Birdy Nam Nam – Cadillac Dream
Shlohmo – Put it
Rain Dog – Broken
Burial – Come down to us
Flume + Chet Facker – Drop the game
Frank Ocean – Pyramids
Hot Chip – Look at where you are
RJD2 feat Aaron Livingston – Love and go
The Roots 4 JDilla – Look into her eyes

Luke

Il cinema ai tempi dei “figli di mezzo della storia”

tyler_durden“Siamo i figli di mezzo della storia” diceva Tyler Durden nel film che ha reso David Fincher un regista di culto per molti della mia generazione (nati negli anni 80). “Non abbiamo nè uno scopo nè un posto, non abbiamo la grande guerra nè la grande depressione, la nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star…” Lo diceva la pellicola ormai di culto che va sotto il nome di Fight Club, saccheggiata da dischi rap, remixata e rielaborata miriade di volte, tante da diventare manifesto di quella che è appunto una generazione senza grosse direzioni se non quelle dettate da pubblicità, telegiornali, messaggi mass mediatici.
Allora il film metteva in bocca a Brad Pitt una realtà post consumismo 80’s che non lasciava intrevedere niente di buono per l’immediato futuro. Lo faceva come monito, come memento al suono di un grido in stile “svegliatevi dormienti”, che se risuonato nella maniera giusta avrebbe potuto in qualche modo risultare salvifico.

the-bling-ring-whysoblu-6E’ passato qualche anno dall’uscita di quel film, così come dal diverso, ma per certi versi accomunabile Trainspotting, e  nel 2013 in sala troviamo pellicole (sigh, sono pure diventate digitali nel frattempo) che parlano delle conseguenze del mancato ascolto di quel messaggio…la generazione X è diventata Y: i riferimenti televisivi sono diventati non più solo i divi del cinema e le rock star, ma tutti coloro che dall’essere nessuno sono passati ad essere celebrità senza sapere bene come e senza avere alcun talento. Semplicemente televizzando se stessi. I riferimenti siamo diventati noi stessi grazie ai reality prima e ai social network poi. L’apparire è diventato imperante, l’essere solo se condivisi e auto-promossi è diventato lo status quo senza che ce ne accorgessimo. Con un effetto devastante su quella generazione e su quella immediatamente successiva, che in mancanza di grandi guerre o depressioni, ha deciso di autofagocitare se stessa.

Spring-Breakers-selena-gomez-33260560-1500-1372Parlano di questo 2 film usciti nel 2013 e mi troppo chiacchierati in Italia, se non dagli amanti del cinema fatto in un certo modo: The Bling Ring di Sophia Coppola e The Spring Breaker di Harmony Korine. Sono due film diversi nella realizzazione sia da un punto di vista puramente visiva che di narrazione, più asciutto e freddo il primo, più musicale, frenetico e cromatico il secondo; ma che parlano entrambi di quella generazione di cui sopra, in particolare della sua de-generazione.
Prendete i riferimenti distorti comunicati loro malgrado dai rapper afroamericani più commerciali, conditeli con una cromia caleidoscopica, potenziateli con i pezzi dub-step ed hiphop più tamarri del momento (sì, Skrillex abbondanella OST  nel caso ve lo state chiedendo), metteteci alla recitazione icone pop prese direttamente dai programmi per ragazzi di Walt Disney e innalzate suonate un lento di Britney Spears come se fosse l’ultimo pezzo che sentirete in vita vostra: avrete The Spring Breaker: il film più spiazzante, reale ed attuale su ciò che siamo diventati. Ora pensate a facebook come ad un gioco reale, un apparire non solo virtuale ma fisico, aggiungete Emma Watson a capo di una banda di ladruncoli da strapazzo iperinformati sui vestiti delle celbrità ed in grado di girarsi Beverly Hills rubando gli stessi vestiti di villa in villa: avrete The bling Ring, che per altro è una storia vera.

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Morte dei valori? Generazione bruciata che manco James Dean? Esagerazioni contemporanee? A chi ha capacità di analisi la sentenza. Di certo 2 film di grande spessore, dal ritmo quasi opposto: veloce e in stile video clip, con piani sequenza mozzafiato quello di Korine, lento, sornione ed estremamente dub-step per i suoi silenzi e stralunatezza quello della Coppola; uniti dalla disarmante capacità di catturare le storture moderne, quelle che sono post industriali, post capitalismo, post moderne, post tutto e che perciò non sono niente.

E se tutto è post possiamo davvero dire di essere qualcosa di attuale? La risposta a due film coraggiosi quanto “naturali”. Due fotografie speculari che raccontano cosa è andato storto da Tyler Durden in avanti. Parecchia roba.

Luke


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