Archive Page 2

Numero Zero: le origini dell’hiphop italiano e qualche critica

Gli anni 90 sono stati un periodo magico per chi ne ha vissuto il sottobosco musicale: è in quel decennio che è andato a formarsi un movimento di rappers, writers, brakers e dj che in America già nel decennio precendente i “bros” iniziavano a chiamare “hiphop“: una controcultura urbana, molto più di un semplice genere musicale forma nella quale sarebbe arrivato (malconcio per certi versi) ai giorni nostri. Ballare per le strade, mettere a tempo dischi funk al fine di formare un tappeto sonoro per le rime di cantastorie poi conosciuti come rapper, disegnare opere darte sulle carozze dei treni: l’hiphop si alimentava con la libertà di espressione e la creatività dei suoi protagonisti, senza distinzioni di razza, cultura o provenienza.
Un movimento forte, liberatorio, creativo che nello spazio di vent’anni ha influenzato ogni campo umano, dal lettering al design, dalla musica all’arte, dalla gestualità alle parole che oggi noi tutti utilizziamo ignorandone spesso l’origine.

Difficile raccontare come quella cultura nata nelle strade e negli appartamenti del Bronx (New York) per mano di pionieri quali Dj Kool Herc e Africa Bambataa e dei loro “block party” (feste nelle quali il dj mettendo in loop due dischi uguali riusciva a creare le basi in 4 quarti, sulle quali i primi maestri di cerimonia mettevano in rima testi spesso in free-style a mo’ di moderno blues di strada), sia arrivata a declinarsi nel nostro Paese, difficile tracciarne esattamente i primi passi, i protagonisti.
Lo ha fatto il regista Enrico Bisi, torinese classe 75, con un lavoro filologico e storeografico minuzioso, andando ad intervistare su un arco temporale di 4 anni i protagonisti più illustri ed importanti della “scena”, ricostruendo di fatto in modo chiaro ed accessibile (una volta tanto) anche a chi del movimento non ha fatto parte, tutta la sua evoluzione: da movimento politicizzato associato ai centri sociali di Roma, Bologna, Torino, a vero e proprio fenomeno sociale evolutosi in parallelo alle tecniche produttive e di scrittura, di rapper e producer simbolo quali Militant A, Lou X, Ice One, Neffa, Frankie Hi-Energie, DeeMo, Kaos, Sangue Misto, Fabri Fibra. E sono proprio loro, attraverso racconti, aneddoti, rimpianti, sfoghi, a guidarci all’interno di una cultura per troppo tempo chiusa all’interno della sua stessa definizione di genere di nicchia, autocelebrativo, forse auto-fagocitante (lo capiremo più avanti).

Un’operazione non semplice quella di raccontare l’hiphop italiano ma che grazie ad un montaggio davvero logico ed ai racconti di Ice One, Danno del Colle der Fomento, Kaos, Fabri Fibra e soprattutto Neffa (forse l’esponente più importante ogni epoca del genere), fila via liscio e fa pure brillare gli occhi a chi, come il sottoscritto, ha vissuto quel decennio da “protagonista” attraverso la scrittura di dischi rap, l’organizzazione di jam (i party che davano spazio a tutte e 4 le discipline dell’hiphop attirando giovani di ogni estrazione alla ricerca del confronto e della continua scoperta di nuovi stili) con i protagonisti del film stesso ed il lavoro su fanzine autoprodotte ormai sepolte.

Difficile non emozionarsi davanti a Neffa che spiega con una consapevolezza rara, i motivi dello scioglimento dei sangue misto, davanti a J-AX e Tormento che ricordano com’era riempire le piazze di gente che ascoltava una musica del quale nessuno al di fuori degi appassionati aveva mai sentito una nota fino a quel momento (internet, il peer to peer e spotify erano lontanissimi e chimerici…ed in radio l’hiphop non esisteva se non all’interno del programma One2 One2 di Radio DJ condotto da Albertino prima e Irene La Medica dopo). Difficile restare freddi difronte a Kaos che ammette di non riuscire a scrivere nemmeno una parola senza pensare al fatto che tutto ciò che butti fuori è importante perchè le parole ti sopravviveranno.
E quindi impossibile dare un giudizio negativo ad un film che per la prima volta, fatta eccezione per l’altrettando importante pionieristico ed imprescindibile documentario sull’origine del free-style “Versibus Alternis“, aiuta a spiegare l’importanza del rap e della sua cifra stilistica dandogli dignità culturale.

Molto più facile invece risalire al perchè quel movimento è finito ed i suoi protagonisti non ne sono sempre usciti benissimo (c’è chi ha abbandonato la musica, chi si è dato ad altri generi): il particolarismo, l’autocelebrazione sempre e comunque, la scarsa capacità di percepirsi come un movimento unico e compatto e l’atteggiamento di chiusura ad altre contaminazioni, fatto assurdo per l’hiphop che nasce da proprio dalla contaminazione di stili, di molti dei protagonisti della “scena” di allora, sono tutti fattori che escono benissimo dalle parole dei protagonsti di Numero Zero, e che mio malgrado ho immediatamente riscontrato a fine proiezione (Trento, Teatro Sambapolis) essere ancora assolutamente presenti in chi ancora oggi si sente parte di quel movimento. Sono bastate 3 domande fatte da appassionati durante la serata per capire che alla fine erano più le attenzioni per le mancanze del film (l’assenza di interviste ad un personaggio chiave come Bassi Maestro per esempio) che per aspetti tecnici/distributivi/di storytelling messi in campo dal regista Enrico Bisi: un peccato perchè questo atteggiamento dimostra ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, quanto al rap interessa parlare del rap: quanto l’hiphop sia un movimento che si autocelebra e autofagocita e che si rende spesso inaccessibile a persone che se ne vorrebbero avvicinare ma che sono spaventate proprio da questo suo atteggiamento di base. E lo dice uno che ne ha fatto parte e che lo segue con attenzione tutt’oggi.

Spacca più uno o spacca più l’altro?”, molte delle questioni dell’hiphop si fermano qui ed ho purtroppo potuto constatare come dopo tutti questi anni di esistenza del movimento, si sia ancora fermi lì alle solite questioni. E proprio per questo allora il docu-film di di Bisi assume ancora più importanza: perchè attraverso la voce di chi ha raggiunto la giusta consapevolezza, smaschera tutta la scena, la mette a nudo per evidenziarne non solo la forza, ma anche le incessanti debolezze, che come dimostrato sono ancora fortemente presenti.

“Quel che rimane è quel che rimane, ma di quel che rimane in quanti sono distratti? Ma di quel che rimane in quanti ne escono intatti?”, rimava così Fabri Fibra nell’ultimo disco dei Sottotono, poi scioltisi, ed è forse questa la domanda che aleggia per tutto il film: cosa è rimasto, e di quanto ci siamo spostati da quel numero zero?
A chi prenderà in mano ora la scena l’ardua sentenza, con uno strumento in più a disposizione per capire davvero da dove veniamo e dove andiamo, noi dell’hiphop. Appunto.

@lucamich23

PS: Sono stati anni magici, riviverli per 90 minuti è stato impagabile.

Annunci

Gli increati di Antonio Moresco – piccola recensione

2136210_368611E come si fa? Come si fa a recensire un libro di Antonio Moresco, lo scrittore più ingnorato e sottovalutato del nostro tempo, colui che ha cantato del caos, esordito con un’illuminazione e che ha scritto posseduto dalla parola, la materia stessa di cui è fatta la letteratura, per oltre trent’anni per capire che ciò che ha creato in qualche modo doveva essere in-creato, creato all’interno del creato ed allo stesso tempo in-creato, in qualche modo cancellato, che ciò che è creato (tutto il creato) contiene al suo interno i semi dell’increato? Ce n’è per perdere già ora il filo del discorso, immaginatevi dopo 1000 pagine a ragionare su questo tema.

No la letteratura di Moresco non si può recensire, se ne può solo essere rapiti o schifati, non la si può sfiorare, costeggiare, la si deve comunque e ovunque prendere di petto, in maniera forte, razionale quanto viscerale. E’ un tipo di scrittura che trascina in un vortice di personaggi creati (in-creati) da una mente che è chiaramente superiore, in grado di tessere trame, connessioni e visioni che vanno oltre il comune pensare persino in termini di spazio e tempo. E allora è davvero difficile dire di che cosa parla un suo libro (benchè internazionale ci abbia provato a tratti riuscendoci in questo articolo molto ben scritto) , quali temi affronta perchè infondo dentro ad ogni suo scritto ci siamo noi, l’uomo, il cosmo, i nostri sogni, le nostre paranoie, le nostre (in)creazioni. Increazioni che non vengono mai raccontate linearmente perchè ogni canto, ogni brano sembra auto-generarsi organicamente a partire dal precedente per discostarsene.

Gli increati è un libro fisico, di oltre mille pagine, che termina il percorso di riflessione sul mondo-uomo iniziato più di trent’anni fa con “Gli Esordi” edito da Feltrinelli e poi proseguito con i 3 libri dei Canti Del Caos, romanzi che vengono definiti tali solo per mancanza di ulteriori termini in letteratura che possano descrivere con un termine unico, la materia letteraria dell’artista mantovano (ma domiciliato a Milano). Antonio i suoi romanzi li definisce “magneti“, perchè attraggono, sono concentrici, trascinano pensieri e parole a mò di vortice che tutto alla fine fagocita, ingloba, cancella.

Gli increati prende forma da una visione, dalla voglia di raccontare il nostro mondo attraverso personaggi-sogno, personaggi-canti che rappresentano paure, tendenze ed espressioni dell’essere umano. E’ un romanzo pornografico perchè mette a nudo e violenta ogni certezza di chi si appresta a leggerlo. E’ un romanzo mondo che completa un percorso di in-creazione, di oltre-vita, portato  avanti dall’autore fin dalla prima stesura degli esordi. All’interno appaiono molti personaggi e temi trattati nei romanzi di Moresco, dai Canti ovviamente agli Esordi passando per la lucina, la parete di luce e ancora per Clandestinità e La Cipolla.  La scrittura di Moresco è una specie di enorme inscrivibile biografia nella quale personaggi, ricordi, accadimenti lasciano lo spazio alla vionarietà della scrittura stessa che ad ogni pagina porta il lettore a spostarsi continuamente tra piani di realtà e di narrazione.

Impossibile francamente che venga letto da chi non si è mai avvicinato alla sua scrittura, ai suoi lavori, impossibile delinearne i caratteri: è un libro ostico, a tratti difficilmente accessibile a partire dal titolo che supera i concetti di vita e di morte, che per Moresco esistono nel tempo a parti invertite, ovvero la morte viene prima della vita e la vita accade dentro la morte, prima dell’increazione, qualcosa di impensabile ed inconoscibile dallo stesso creatore che è anche increatore e distruttore allo stesso tempo. E’ un libro che potrebbe tranquillamente essere preso come testo filosofico perchè dà un’interpretazione della vita e della scrittura stessa, mai data in precedenza.

Moresco questo lo sa, lo cavalca, lo propone, avverte, chiede di allontanarsi se non si è pronti a lanciarsi in un vortice di parole creazioniste che però sono anche in-creazioniste. Insomma un libro importante, forse irripetibile, che sarebbe potuto terminare in meno della metà delle pagine ma che si è spinto oltre le mille a causa di una possessione da parte della parola stessa, e che se fosse terminato prima, non avrebbe permesso forse di entrare in quel vortice, in quel magnete, che il libro di fatto è.
L’opera è finita, creatore, increatore, distruttore non ci sono più, rimane solo l’increato.

Ci ho messo 8 mesi ad arrivare fino a qui, ai confini dell’increato, mi ci vorrà una vita per dimenticarlo o per tornarci. E, giuro, voglio fare entrambe le cose.

Luke
@lucamich23

The Best 2015 Albums by Luke

Uno dei motivi per cui apprezzo questo periodo dell’anno è sicuramente quello delle classifiche, dei resoconti, delle milestones: tradizione che in ambito musicale, mi piace portare avanti ancora oggi con la mia personale classifica. E allora eccoli i 15 album che più mi hanno emozionato quest’anno e che più, a mio parere, hanno avuto qualcosa da dire nell’uderground musicale. Il 2015 è stato l’anno del ritorno prepotente della blackness, grazie a Kendrick Lamar, D’Angelo, Kamasi Washington e tutta una serie di rapper che hanno scritto album importanti che saranno ricordati anche negli anni a venire. Un po’ di stanca invece l’ha accusata l’ambito elettronico con davvero poche pietre miliari, tra le quali pero ne spiccano anche di italiane. La classifica la trovate qui sopra, mentre di seguito sono elencate le motivazioni dietro alla scelta di ogni album. Buona lettura e buoni ascolti (qui potete ascoltare le migliori tracce mixate tra loro). Luke

album15

  1. Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
    E’ stato senza dubbio il disco più importante dell’anno, quello che ha segnato il ritorno ad un rap nel quale è più il contenuto (forte, riflessivo, grondante blackness) a contare rispetto alla forma (comunque sublime e fatta di jazz, hiphop e funk in egual misura). Si è detto tanto di questo disco, le parole più belle però le ha scritte pitchfork: it’s not just the album of the year: its the voice of a moment in time. E’ il linguaggio del nostro tempo e una riflessione su dove stiamo andando. Se poi lo metti in rima su basi di Kamasi Washingthon, Flyinf Lotus, Thundercat e vendi pure milioni di dischi, hai fatto bingo in ogni senso. Signori, Kendrick Lamar, il re dell’hiphop di oggi.

    2.D’Angelo and The Vanguards – The Black Messiah
    A mo’ di Messia, D’angelo è tornato ad incidere un disco a 15 anni dalla pietra miliare dell’R&B “Voodoo” e lo ha fatto chiamando con se musicisti impressionanti tra i quali anche George Clinton che apre le danze con i suoi cori alla Parliament. Black Messiah è la sintesi di 30 anni di musica nera, il disco da far ascoltare a chi voglia scoprire le facce musicali di un popolo che la musica l’ha rivoluzionata per sempre. Semplicemente perfetto.

    3. Maribou State – Portraits
    Disco passato ampiamente sottotraccia, acquistato dal sottoscritto a scatola chiusa perchè gli inglese Maribou State sono una garanzia nel campo dell’elettronica soul. Voci calde, beat derivati vagamente dalla house music più soul, echi e riverberi da musica da camera, bassoni da dancefloor, c’è tutto ed è il miglior disco di musica elettronica di quest’anno

    4. Jamie XX – In Colours
    Questo disco rappresenta il 2015 meglio di ogni altro: contiene citazioni alla musica dance anni ’80, voci ghospel afroamericane (The Persuasions), cita la scena black newyorkese come quella rave inglese, fonde campioni a parti suonate come un disco rap ma è di fatto un disco house: piace ai tamarri ed ai cultori dell’underground…e fa ballare tutti. Jamie XX è stato IL nome del 2015, per le strade di New York ad agosto oltre al suo temporary store campeggiavano manifesti ovunque con la scritta “I know, there is gonna be a good time”…promessa mantenuta Jamie.

    5. A$asp Rocky – Alla
    Ecco un disco che non avrei mai pensato di vedere in una mia classifica. Asap è passato però dall’essere un rapper da classifica ad un liricista capace di far riflettere sulla condizione degli afroamericani di oggi, piazzando comunque i suoi pezzi al primo posto su Spotify. A produrlo e a dare quell’inconfondibile e calda pasta sonora blues, nientemeno che Danger Mouse e si sente…già a partire dal primo pezzo “Holy Ghost”…capolavoro

    6.Jack Garratt – Sinesthesya EP
    E’ il Chet Faker dell’anno: una voce piena, calda, un soul elettronico deciso che esalta con la profondità dei bassi e gli arrangiamenti post-dubstep super curati. E’ una piccola gemma dal sottosuolo fatta di sole 5, ma indimenticabili, tracce. Perla rara.

    7.Godblesscomputers – Plush and Safe
    Lorenzo Nada ha il pregio di avere davvero chiaro in testa il suono che intende costruire e le emozioni che vuole trasmettere: ogni suo album è un progetto curato in ogni suono, per sottrazione. Questo però è il suo disco migliore, quello che mi ha fatto piangere sotto al palco dello Spring Attitude a Roma e che mi ricorda sempre quanto siano vicine le scene della bass music e quella beat. Una pasta sonora unica, emozionante e soprattutto personale.

    8.Lapalux -Lustmore
    Lapalux è un producer parigino che negli ultimi 4 anni si è distinto per aver prodotto musica elettronica post dubstep estremamente raffinata, lo si può intuire anche dalla copertina. Con When you are gone aveva quasi lanciato uno standard produttivo con le voci pitchate su ritmi lentissimi e beat pieni…poi ha deciso di regredire con Nostalchic, salvo recuperare con quest’ultimo album dove compare anche la voce di Andreya Tiriana ed un gusto per i pezzi vicino a quello di Bonobo. Ben tornato.

    9. Ta-Ku – Songs to Make Up to
    Seguito di Songs to Break up to, il disco del producer australiano Taku porta la scena beat verso un approccio soul estremamente interessante dove tracce di piano e linea di basso melodico esplodono all’improvviso grazie a beat degni del miglior Dilla a cui il nostro da sempre si ispira. Il disco ideale per svoltare la domenica pomeriggio e far vibrare le pareti di casa di negritudine.

10. Drake – If you are reading this is too late
Per motivi diversi, di forma Drake e di contenuto Kendrick Lamar, sono stati i due rapper sulla bocca di tutti quest’anno. Drake ha praticamente creato un nuovo modi rappare su basi lentissime, super paracule e di una semplicità e superficialità disarmante. Eppure questo disco ha stile. E poi lo puoi mettere nelle situazioni più scabrose sentendoti una “Leggenda”. Immancabile nella top 10. E me ne vergogno anche un po’.

11. Mecna – Laska
Entra in classifica rapper italiano che di italiano ha solo la voce, per il resto tutti i riferimenti musicali sono assimilabili alla scena post dub-step e alle interpretazioni post R&B di Drake. Lui è di fatto il drake italiano, ma nei testi non ce n’è per nessuno, qui l’abilità di storytelling è unica, complessa e stratificata. Un hipster a cui il rap riesce davvero bene.

12. Ghostface & Bad Bad Not Good – Sour Soul
E’ il disco più wu-tang che un membro dei wu-tang (il più prolifico in assoluto) abbia mai prodotto dai tempi di Wu-Tang Forever: è pura dinamite unita a storytelling da strada. Beat pieni, basi soulfood grazie ai tocchi jazz del trio BBNG che è quanto di meglio sia accaduto al rap dopo la venuta sulla terra di Kendrick Lamar. Disco stupendo gustato percorrendo le strade di Harlem in un’estate davvero soul oltreoceano. Must have.

13. Kamasi Washingthon – The Epic
E’ un disco che non dovrebbe esistere nel 2015: tre ore di Jazz tra Sun-Ra e John Coltrane con l’aggiunta di un’epica estremamente cinematografica, del basso elettrico di Thundercat e di voci femminili ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio epico appunto, che nonostante la lunghezza non stufa mai, ed anzi, aiuta a capire tanta musica di oggi. E’ Kamasi uno dei produttori dietro al successo di To pimp a butterfly…e basta sentirlo suonare il Sax per capire il perchè.

14. Flako – Natureboy
Flako è sempre stato uno dei beatmaker più interessanti dell’etichetta tedesca Project Mooncircle (quella di Robot Koch per capirci) e qui lo dimostra staccandosi dall’esempio ma anche dall’ombra di Dilla (il predente Mesetekt ne era un’omaggio), per affrontare una strada ricca di spunti, synth e beat grassi. Il pezzo su “icaro” (ascoltabile nella mia playlist Coffee Cable) è tra i pezzi dell’anno.

15. Vince Staples – Summertime 06
Oltre a Tyler the creator, Earl Sweatshirt e Frank Ocean, la crew los angelena Odd Future, è riuscita a sfornare un altro rapper dalle doti metriche impressionanti. Il suo nome è Vince Staples, le basi su cui rappa sono cupe e sincopate, i ritornelli sono sempre abbozzati più che compiuti, i campioni sono estremamente intelligenti ed il mood generale è da rap dei primi anni zero. Un disco per cultori del rap che perde il confronto con Asap Rocky solo per l’inferiore musicalità.

Coffee Cable mixtape: il meglio del 2015 dall’underground musicale

Il 2015 è stato un anno di cambiamenti, viaggi, persone, luoghi nuovi. Ad accompagnarmi come sempre tanta buona musica, spesso proveniente da “sotto la superficie”. Ne ho mixata un po’ per riassumere in un’oretta scarsa, i momenti più emozionanti dell’anno. Un viaggio personale che spero possa trovare interessante anche chi è disposto a conoscere e farsi trasportare dalla musica che si trova nella zona grigia tra hiphop, bass music, elettronica e post dubstep. Alcuni sono pezzi molto conosciuti, altri forse meno e proprio per questo trovano spazio su questo blog. Buon ascolto. Luke

 

Space Dust Leftovers – 2015 mix by Max Prød

Un’ora di buona musica e di cibo per l’anima by Max Prød. Alcuni dei migliori pezzi usciti quest’anno nella zona grigia tra elettronica, bass e black music. Buon ascolto!

Quando il jazz salvò l’hiphop – da Kamasi a Lamar passando per gli NWA

IMG_20150807_222004E’ passato un po’ di tempo da quando ho scritto l’ultima volta su questo blog, spazio virtuale reso spesso necessario per dare forma a pensieri e per far fluire passioni e suggestioni; in mezzo c’è stata tanta musica, tanta evoluzione, un mese vissuto nel cuore di Harlem a capire dall’interno la cultura di cui mi piace parlare, scrivere e che mi esalta ascoltare, vivere, respirare: quella black, quella solo parzialmente rappresentata dall’hiphop e completata in modo sublime dal Funk, dall’approccio prima che dalla musica Jazz, dal Soul inteso come anima di strada, dalla street culture troppo spessa rappresentata come un genere da vendere anzichè per quello che è veramente: un flusso di stili e contaminazioni che si fanno cultura dal basso.

E’ passato un po’ di tempo anche perchè oggi i pensieri si fanno complessi e spesso districarsi tra le evoluzioni culturali-musicali, lasciando fuori il frastuono dei commenti sterili sui social network, degli slogan pro o contro il tal pezzo o il tal artista, non è cosa semplice. Trovare il tempo per interpretare neppure. Facile codificare i singoli di Drake come “the new thing”, facile far “fare il giro” a pezzi tanto vuoti da diventare tamarri, a simboli tanto manieristici (Kanye?!) da diventare “roba per cultori” del genere anzichè spazzatura quale forse è per davvero (ma chi lo dice se l’establishment musicale crea i personaggi e chi ascolta non ha più riferimenti per giudicare?). Facile? No, difficile.

012313-music-harlem-xxl-magazine-great-day-in-harlem-cover.jpg.custom1200x675x20.dimg

Cambiano i paradigmi, il rap diventa un movimento per adolescenti nemmeno più incazzati, che anzi, scompaiono quando l’hiphop fa sul serio come quando salgono sul palco a Milano i Run The Jewels dell’ex Definitive Jux El-P e dell’ex Dungeon Family (mio dio, chi erano costoro?) Killer Mike, e ti ritrovi a seguire il concerto con Ensi, Fritz Da Cat, Lord Bean aka Luca Barcellona, gente che la storia dell’hiphop l’ha fatta in Italia e che le nuove generazioni in gran parte nemmeno conoscono. Paradossi moderni di un genere che ha fatto della conoscenza delle proprie radici e di quelle della musica che campiona (funk, jazz, blues, soul appunto) uno dei mantra e dei credo principali per sapersi auto alimentare e celebrare, salvo poi restare in molti casi puramente auto celebrativo e ghettizzarsi da solo in angoli non bene identificati quasi quanto quelli cercati da Foreman sotto la pioggia di pugni di Alì.

Cambiano i riferimenti eppure sotto la superficie (beneath the surface, come profeticamente pronunciava Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, ancora oggi tra i pesi massimi dell’hiphop capace di unire vecchia e nuova scuola in un’ideale ponte newyorkese tra vecchio e nuovo, passato e presente) si muove tanta buona musica che a volte sfonda la barriera imposta dall’establishment musicale e sovverte anche gli schemi di quest’ultimo, sempre pronto  sfornare hit di rapido ed insipido consumo.
IMG_20150810_092305Ed io non scrivevo da un po’ perchè questo fenomeno era in atto, non ancora compiuto, meritava un’analisi in silenzio. L’hiphop quello più vero, quello che fa di contaminazione, evoluzione e sperimentazione, nel frattempo si è evoluto in musica elettronica di confine: ragazzi nerd dietro ai propri laptop e campionatori hanno originato dischi memorabili al di fuori dei quattro quarti, prendendo più loro dagli insegnamenti hiphop dei nuovi esponenti o supposti tali del genere. Sono nati i Robot Koch,  i SBTRKT, i Godblesscomputers, i Jamie XX, l’ultimo capace di lavorare anche con Gill Scott Heron che l’hiphop l’ha anticipato anni fa con il suo “revolution will not be televised” (cosa che si sta verificando oggi per altro), e di far risuonare la sua voce campionata al Terminal 5 di New York lo scorso agosto in mezzo ad una bolgia di ragazzini festanti, che di Gill Scott non hanno mai sentito parlare ma che sentivano che sì, qualche cosa quel pezzo gli comunicava. Forse tanto quanto il campione di “Good Times” dei The Persuasions, Neri per caso originali riscoperti proprio grazie al campionamento di Jamie XX nell’ultimo disco.

Nuove contaminazioni, fusioni, commistioni…e all’improvviso uno (s)conosciuto: il Jazz. Robert Glasper jazzista moderno si è messo a dar vita al suo “Experiment” tirando in ballo Mos Def ed il soul della Badu aggiungendo i vocoder cari ad Herbie Hancock; il nipote di Coltrane al secolo Flying Lotus, ha deciso che i suoi esordi di omaggio a Jay Dilla potevano fermarsi lì perchè era necessario procedere verso un’altra strada provando a contaminare la sua Los Angeles, quella degli NWA e delle violenze grauite santificate in “Straight outta Compton“, quella del gangsta rap di Dr.Dre e Snoop Dogg su tutti, con qualche cosa di più di qualche eco jazz alla Guru Jazz Matazz (per altro capolavoro di commistione di generi dell’era 90’s dell’hiphop matrice East Coast), portando un approccio Jazz alle composizioni rap in cui voce e strumento diventano la stessa cosa: saltano le regole di metriche e barre e finalmente anche il rap può godere di un approccio free, fresco ed energico…per palati più colti e fini.


Già, Flying Lotus, uno che viene osannato da chiunque ai festival di musica elettronica, ma che riesce a suonare al Vanguard di New York come suo zio venendo indicato come la cosa più significativa successa in campo Jazz dai tempi di Miles Davis, ed allo stesso tempo di prendersi Snoop Dogg ed il suo gangstarismo per elevarlo assieme al rap consapevole di Kendrick Lamar.
Kendrick: il nuovo paladino del conscious rap americano che nei propri storytelling dialoga con Tupac, cita Malcom X non per piaggeria ma per profonda conoscenza del tema razziale, si chiede dove lo sta portando tutto questo e con lui la cultura afro-americana e quando sale su un palco (visto al Primavera Festival a Barcellona) si portam una band di 5 componenti sprigionando un groove di cui sono capaci forse solo i philadelphiani The Roots.

Il rap si eleva con Kendrick a musica per palati fini senza perdere la sua essenza di strada. Si confonde con il jazz e con le melodie del basso elettrico di Thundercat, altra scoperta di Flying Lotus per la cui etichetta brainfeeder incide due dischi monumentali ridando dignità funk al basso elttrico con cui negli anni hanno scherzato i gruppi P-Funk capitanati da George Clinton, che ne frattempo duetta con D’Angelo sul suo Black Messiah, uno dei dischi forse più importanti degli ultimi 10 anni in ambito black music, uscito in un 2015 ricco di blackness come non accadeva da anni. Thundercat dicevo, capace di passare dal suo album solista tra jazz ed electro soul, alle produzioni per Lamar e Lotus (fondamentale il suo apporto in “You are Dead”) per poi entrare a far parte del super gruppo Jazz messo insieme dal sassofonista Kamasi Washington alle prese con il monumentale “The Epic”, disco uscito ancora una volta per Brainfeeder etichetta di Flying Lotus e che vede nei pezzi suonati con Thundercat dei veri e propri capolavori sospesi tra Coltrane, Miles e Sun Ra, citando e campionando ancora una volta Malcom X. E pensare che proprio Kamasi è nascostro dietro a molte produzioni dell’ultimo disco di Kendrick, Pimp like a butterfly…

Kamashi Washington's new album, The Epic, comes out May 5

Kamashi Washington’s new album, The Epic

Intrecci infiniti, suoni che si evolvono in continuazione verso un’epica evoluzione del concetto di soulfood, cibo per l’anima, cosa che la musica rappresenta per gli afro-americani, e che di singoli faciloni da radio non se ne fa un benemerito, salvo poi collimare in pezzi da club, consapevolmente, in cui puoi trovare a duettare Kendrick con il socio Asap Rocky su ritornello di Drake.

Ecco perchè non scrivo di getto, perchè la realtà è meravigliosamente complessa. Come associare PIMP e BUTTERFLY nel titolo di un album che riassume perfettamente il senso di tutto questo sfogo digitale. Evoluzione è ricombinazione. Siamo pronti.

Luca “Luke” Mich
twitt: @lucamich23

 

Altro tiro, altro giro, altro regalo: la recensione del libro di Flavio Tranquillo

altro-tiro-altro-giro-altro-regaloCi sono libri che ti entrano dentro già dopo poche pagine, altri che non lo fanno neanche dopo letture insistite, e poi ci sono quelli che sono già dentro di te, come se fossero un’estensione dei tuoi pensieri o un modo per ordinarli: un ordine che qualcun altro ha dato per te, con parole che difficilmente riusciresti a buttare su un foglio alla stessa maniera. Sono i libri forse più difficili da recensire, anche se qui l’intento recensorio non è propriamente quello classicamente inteso ma è più vicino ad un commento da lettore appassionato del tema. E’ il caso di “Altro tiro, altro giro, altro regalo”, il libro di Flavio Tranquillo, giornalista sportivo in forze a SkySport noto a tutti coloro che in Italia amano la palla a spicchi e quei due cesti posizionati in cima a due pali a nobilitare spiazzi di cemento, asfalto o parquet.

Flavio, il tono confindenziale è voluto perchè mi pare di conoscerlo da sempre, lo palesa già in copertina: non si tratta di una biografia di stampo classico nè postmoderno, piuttosto di una rapsodia di elementi, di un condensato nemmeno troppo ordinato (anche se ci sono i quarti a scandirne l’incedere, proprio come in una partita di “baloncesto”), di uno scritto istintivo, giustapposto e passionale quanto lo sono le sue telecronache.

Dentro ci finiscono l’etica del gioco e della giustizia (sportiva e non solo), i dietro le quinte in cabina di commento fin dai tempi delle prime emozionanti telecronache per le tv locali di quella Milano che ha visto picchi altissimi di basket ai tempi di Premier, Meneghin, D’Antoni; ed anche incursioni in argomenti spinosi quali la gestione dei giocatori italiani in serie A, i drammi di baskettopoli, il ruolo degli arbitri.

Episodi, situazioni e persone analizzate sempre con una pluralità di punti di vista che, chi non è abituato a sentire già le telecronache di Flavio, non si aspetterebbe nel giornalismo sportivo nostrano, troppo spesso intento a sentenziare e giudicare più che a raccontare e a sfaccettare. Quale che sia l’argomento, non esistono ne morali ne giudizi di merito ne prese di posizioni assolute: la pluralità dei punti di vista, ancorchè provenienti da un unica persona, è il valore che più impressiona e caratterizza le oltre 200 pagine di questo libro che più che essere una biografia è un omaggio al gioco della pallacanestro.

1415709511_flavio-tranquilloIl rischio, consapevole, che corre Flavio in certi frangenti è quello del moralismo, ma si tratta di un fraintendimento possibile solo a chi confonde tra loro etica e morale. Lo spiegare il perchè nel basket prevalgano atteggiamenti virtuosi qualora se ne capiscano le dinamiche di gioco completo, elegante, dignitario, lo sviscerare i comportamenti che più si addicono al gioco e che questo contribuisce ad esaltare, non è “fare la morale” bensi mostrare ciò che di più corretto ed etico contraddistingue il Gioco (espressione mutuata da The Game, seminale libro sul basket di strada di Peter Axthelm): un gioco che è fatto di talmente tante variabili all’interno dell’infinità di azioni che contraddistingue una partita, che non può ad esempio essere relegato ad un solo episodio da ritenersi decisivo all’interno dei 48 minuti, un gioco che rappresenta “una livella” perchè dentro a quel rettangolo non importa chi tu sia fuori o che storia tu abbia: dovrai dimostrare chi sei li dentro e dovrai farlo rispettando quel Gioco. Va da se che etica, morale, valori si mescoleranno in quello che è, a detta di Flavio e anche di chi scrive, lo sport più bello e completo del mondo.

Di altro giro non potrei dire che bene fondamentalmente, e consigliare di leggerlo non solo a coloro che sono innamorati della pallacanestro, ma anche a chi vuole provare a capire in quali altri modi può essere visto uno sport: oltre il tifo, oltre la critica sportiva, oltre la passione pura.

Sono sicuro che nessuno ricava più piacere da denaro e potere di quello che ricavo io nel vedere due canestri in una palestra”, recita la frase di James Naismith (l’inventore del Gioco) riportata come incipit dell’ultimo capitolo del libro, beh sono altrettanto sicuro che nessuno ricavi più piacere dal leggere questo libro, di uno sportivo nel vero senso del termine.

Luca “Luke” Mich
@LucaMich23

DSCN8135(fotoby Luke: Coney Island, New York, 2012)


Archivio

Disco dell’anno 2016

Chance The Rapper - Colouring Book

Libro del momento

George Clinton - La mia vita Funkedelika

George Clinton - La mia vita Funkedelika

Letture consigliate

Antonio Moresco - I canti del caos Antonio Moresco - Gli incendiato Antonio Moresco - Merda e luce Roberto Saviano - Gomorra Angela Davis - Aboliamo le prigioni? Malcom X - Autobiografia Jonathan Lethem - Brooklyn senza madre Amir Baraka - il popolo del blues Weissman - Il mondo senza di noi Philip Dick - Le 3 stimmate Philip Dick - La svastica sul sole Philip Dick - la penultima verità Aldous Huxley - Il mondo nuovo Corman McCarty - La Strada Wu-Ming - Grand River Wu-Ming - The new thing Wu-Ming - guerra agli umani
Annunci