Posts Tagged 'hiphop sperimentale'

Max Producer presents: Supercluster

Supercluster è il brano prodotto da Max Producer (Groovenauti, Occhi di Astronauti) per il mixtape di Sistema Assonnato “La città verrà distrutta domani” che anticipa l’uscita dell’omonimo album del gruppo formato da Max e Polly (from Lato Oscuro della Costa) e denominato Occhi di astronauti“.

Buon ascolto, buona visione.

Max Prod – Supercluster [Occhi di Astronauti] from Occhi di Astronauti on Vimeo.

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Occhi di astronauti: seconda preview di Max Producer

Anteprima numero 2 dell’album “La città verrà distrutta domani”. In uscita in formato digitale tra breve.
They’re over here.

Music: Max Prod (Groovenauti)
Voice: Polly (Delitto Perfetto, Lato Oscuro della Costa)

Occhi di Astronauti | album preview #2 from Occhi di Astronauti on Vimeo.

Shabazz Palaces, i nuovi custodi del “post hiphop”

Qualche mese fa sul mio I-Pod ho iniziato a far girare un disco misterioso, uno di quelli che scarichi per sentito dire ma non ricordi ne da chi ne quando ne “il dire”.
Un album astratto già dalla copertina, nera con alcuni grafemi in stile arabeggiante. Un nome che non apre nessun cassetto della memoria, un titolo che, quello si, ineggia ad un qualcosa di sopra le righe nella cultura black. Quasi un monito di post modernismo, di post hiphop. Il disco è rimasto a girare in macchina pe un po’, tra ascolti distratti e reminiscenze non troppo convinte di album di rottura usciti ad inizio millennio.

Girando per il web su alcuni blog musicali ho poi percepito diverso entusiasmo rispetto a questa produzione, ed è così che ne ho approfondito la conoscenza, cosa che avrei dovuto fare fin dall’inizio. Scopro così che dietro al nome di Shabazz Palaces non si nasconde un gruppo di esordienti illuminati con la missione di rivitalizzare gli stilemi abstract hiphop concettualizzati dalla Anticon, caricati da Dalek, portati all’estremo dai Clouddead, bensi un mc storico, seppur underground (tanto che ammetto, non lo conoscevo) della scena new yorkese, tale Isamel Butler dei Digable planets gruppo addirittura detentore di un grammy awards negli anni 90.

Insomma ce n’è per rimanere davvero affascinati: un mc vecchia scuola che torna alla ribalta con un hiphop sperimentale, minimalista, dalle atmosfere scure, fumose, leggermente jazzate, concettuali. Un rapper della new old school che mette la voce al servizio delle atmosfere, che non punta alle punchline ma che utilizza gli echi, i riverberi confondendo la sua voce nell’atmosfera generale dei pezzi quasi come un burial fa con i suoi campionamenti misteriosi.

Siamo di fronte ad un hiphop veramente vicino alle atmosfere delle prime produzioni Anticon, ma che più che sul concetto e sul messaggio punta a creare paesaggi sonori, quasi ambient in alcuni momenti (altissimi). Un hiphop soffuso ma incisivo, con dosi bilanciate di campioni e suoni elettronici. Un mood dopato, da viaggio psichedelico ma senza esagerazioni, un andamento downtempo e, forse (i confini tra generi saltano completamente) trip hop.

E’ strano, ma Black up potrebbe essere uno dei momenti più alti di incontro culturale tra black & white music, pur senza volerlo essere probabilmente. Un esperienza antropologica più che un disco. Da ascoltare in cuffia, stesi sul proprio divano, pensando a cosa potrebbe succedere se le culture si incontrassero e capissero per davvero, se i confini sistemici saltassero, se i pianeti si scontrassero anzichè sfiorarsi le reciproche traiettorie.

Vale la pena di chiedersi se anche l’espressione sperimentale abbia assunto un nuovo senso. Personalmente credo di si. E lo scoprirò ancora più compiutamente lasciando decantare Black up nel mio stereo, facendo affiorare piano piano suoni, suggestioni e sapori inconoscibili ai primi ascolti. Fatevi un regalo ed ascoltatelo dandogli la giusta attenzione, ponendo tutto quello che sapevate del genere hiphop, sotto una luce completamente nuova. E mettete in repeat fisso “Endeavors for Never“, pezzo strabiliante di sperimentalismo jazz-elettronico-soul. Tutti a casa. Ad ascoltare.

Luke

Flying Lotus – Cosmogramma

C’è poco da fare, a volte essere figli d’arte aiuta, ma qui non c’entra il paraculismo di italiana pratica e memoria. Si parla di vera arte, di ispirazione e di interpretazione della realtà musicale, forse globale, attraverso altre categorie. Forse senza toccarle del tutto le categorie. E’ un pensiero che sovviene naturale all’ascolto di Cosmogramma, ultimo lavoro di Steven Ellison, alias Flying Lotus, alias il nipote dotato di Alice e John Coltrane. L’ultimo della pista in fatto di pedigree…

Tre gli album prodotti dal 2006 ad oggi: 1983, Los Angeles e appunto, Cosmogramma. 3 steps evolutivi non solo personali ma di genere probabilmente. 3 balzi in avanti costanti partendo dal retaggio dell’immortale James Ynacey “J-Dilla” e da quello di casa Coltrane per arrivare ad un approccio totalmente nuovo nei confronti di quell’hiphop strumentale che sembra ormai la declinazione più genuina dell’estro creativo di chi ancora oggi intende cimentarsi con i 4 quarti senza risultare monotono e scontato. “Los Angeles” aveva tracciato il segno, ma a scavare il solco tra “tutto quello che si è sentito del genere hiphop elettronico strumentale prima di Flying Lotus” e “quello che si è sentito dopo” è proprio questo nuovo album, Cosmogramma, dove si uniscono Jazz, boom bap quantizzato, afro-beat viscerale di madlibiana interpretazione, elettronica (c’è anche lo zampino di Dorian Concept e di Tom Yorke), accenni di dub-step e trip hop, in dosi mai così amalgamate tra di loro. Ci sono echi di Coltrane appunto, riverberi “dilliani” e beat eclettici vicini a Janeiro Jarel, ma in definitiva tutto è reinventato totalmente ed ad un tale livello di perfezione che il genere nascente dalla mente e dalle vibrazioni di Ellison rappresenta per davvero qualcosa di nuovo, anche se di non drastico dato che Lotus ci ha accompagnati nel suo percorso evolutivo fin dall’esordio in warp con “1983”. Siamo certamente davanti ad una nuova cosmologia di suoni, ed il titolo dell’album non è casuale.

Possono esserci dischi più facili, più immediati e più facili da restare impressi nella memoria rispetto a Cosmogramma, ma ce ne saranno pochi, in questo 2010, in grado di far porre all’ascoltatore la stessa attenzione che richiede qualcosa di nuovo, qualcosa in grado di partire dalle radici jazzistiche della musica nera per stravolgerne e re-interpretarne i canoni stessi.
Flying Lotus è la nuova “New Thing”.

Voto: 10

Psycho


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