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Numero Zero: le origini dell’hiphop italiano e qualche critica

Gli anni 90 sono stati un periodo magico per chi ne ha vissuto il sottobosco musicale: è in quel decennio che è andato a formarsi un movimento di rappers, writers, brakers e dj che in America già nel decennio precendente i “bros” iniziavano a chiamare “hiphop“: una controcultura urbana, molto più di un semplice genere musicale forma nella quale sarebbe arrivato (malconcio per certi versi) ai giorni nostri. Ballare per le strade, mettere a tempo dischi funk al fine di formare un tappeto sonoro per le rime di cantastorie poi conosciuti come rapper, disegnare opere darte sulle carozze dei treni: l’hiphop si alimentava con la libertà di espressione e la creatività dei suoi protagonisti, senza distinzioni di razza, cultura o provenienza.
Un movimento forte, liberatorio, creativo che nello spazio di vent’anni ha influenzato ogni campo umano, dal lettering al design, dalla musica all’arte, dalla gestualità alle parole che oggi noi tutti utilizziamo ignorandone spesso l’origine.

Difficile raccontare come quella cultura nata nelle strade e negli appartamenti del Bronx (New York) per mano di pionieri quali Dj Kool Herc e Africa Bambataa e dei loro “block party” (feste nelle quali il dj mettendo in loop due dischi uguali riusciva a creare le basi in 4 quarti, sulle quali i primi maestri di cerimonia mettevano in rima testi spesso in free-style a mo’ di moderno blues di strada), sia arrivata a declinarsi nel nostro Paese, difficile tracciarne esattamente i primi passi, i protagonisti.
Lo ha fatto il regista Enrico Bisi, torinese classe 75, con un lavoro filologico e storeografico minuzioso, andando ad intervistare su un arco temporale di 4 anni i protagonisti più illustri ed importanti della “scena”, ricostruendo di fatto in modo chiaro ed accessibile (una volta tanto) anche a chi del movimento non ha fatto parte, tutta la sua evoluzione: da movimento politicizzato associato ai centri sociali di Roma, Bologna, Torino, a vero e proprio fenomeno sociale evolutosi in parallelo alle tecniche produttive e di scrittura, di rapper e producer simbolo quali Militant A, Lou X, Ice One, Neffa, Frankie Hi-Energie, DeeMo, Kaos, Sangue Misto, Fabri Fibra. E sono proprio loro, attraverso racconti, aneddoti, rimpianti, sfoghi, a guidarci all’interno di una cultura per troppo tempo chiusa all’interno della sua stessa definizione di genere di nicchia, autocelebrativo, forse auto-fagocitante (lo capiremo più avanti).

Un’operazione non semplice quella di raccontare l’hiphop italiano ma che grazie ad un montaggio davvero logico ed ai racconti di Ice One, Danno del Colle der Fomento, Kaos, Fabri Fibra e soprattutto Neffa (forse l’esponente più importante ogni epoca del genere), fila via liscio e fa pure brillare gli occhi a chi, come il sottoscritto, ha vissuto quel decennio da “protagonista” attraverso la scrittura di dischi rap, l’organizzazione di jam (i party che davano spazio a tutte e 4 le discipline dell’hiphop attirando giovani di ogni estrazione alla ricerca del confronto e della continua scoperta di nuovi stili) con i protagonisti del film stesso ed il lavoro su fanzine autoprodotte ormai sepolte.

Difficile non emozionarsi davanti a Neffa che spiega con una consapevolezza rara, i motivi dello scioglimento dei sangue misto, davanti a J-AX e Tormento che ricordano com’era riempire le piazze di gente che ascoltava una musica del quale nessuno al di fuori degi appassionati aveva mai sentito una nota fino a quel momento (internet, il peer to peer e spotify erano lontanissimi e chimerici…ed in radio l’hiphop non esisteva se non all’interno del programma One2 One2 di Radio DJ condotto da Albertino prima e Irene La Medica dopo). Difficile restare freddi difronte a Kaos che ammette di non riuscire a scrivere nemmeno una parola senza pensare al fatto che tutto ciò che butti fuori è importante perchè le parole ti sopravviveranno.
E quindi impossibile dare un giudizio negativo ad un film che per la prima volta, fatta eccezione per l’altrettando importante pionieristico ed imprescindibile documentario sull’origine del free-style “Versibus Alternis“, aiuta a spiegare l’importanza del rap e della sua cifra stilistica dandogli dignità culturale.

Molto più facile invece risalire al perchè quel movimento è finito ed i suoi protagonisti non ne sono sempre usciti benissimo (c’è chi ha abbandonato la musica, chi si è dato ad altri generi): il particolarismo, l’autocelebrazione sempre e comunque, la scarsa capacità di percepirsi come un movimento unico e compatto e l’atteggiamento di chiusura ad altre contaminazioni, fatto assurdo per l’hiphop che nasce da proprio dalla contaminazione di stili, di molti dei protagonisti della “scena” di allora, sono tutti fattori che escono benissimo dalle parole dei protagonsti di Numero Zero, e che mio malgrado ho immediatamente riscontrato a fine proiezione (Trento, Teatro Sambapolis) essere ancora assolutamente presenti in chi ancora oggi si sente parte di quel movimento. Sono bastate 3 domande fatte da appassionati durante la serata per capire che alla fine erano più le attenzioni per le mancanze del film (l’assenza di interviste ad un personaggio chiave come Bassi Maestro per esempio) che per aspetti tecnici/distributivi/di storytelling messi in campo dal regista Enrico Bisi: un peccato perchè questo atteggiamento dimostra ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, quanto al rap interessa parlare del rap: quanto l’hiphop sia un movimento che si autocelebra e autofagocita e che si rende spesso inaccessibile a persone che se ne vorrebbero avvicinare ma che sono spaventate proprio da questo suo atteggiamento di base. E lo dice uno che ne ha fatto parte e che lo segue con attenzione tutt’oggi.

Spacca più uno o spacca più l’altro?”, molte delle questioni dell’hiphop si fermano qui ed ho purtroppo potuto constatare come dopo tutti questi anni di esistenza del movimento, si sia ancora fermi lì alle solite questioni. E proprio per questo allora il docu-film di di Bisi assume ancora più importanza: perchè attraverso la voce di chi ha raggiunto la giusta consapevolezza, smaschera tutta la scena, la mette a nudo per evidenziarne non solo la forza, ma anche le incessanti debolezze, che come dimostrato sono ancora fortemente presenti.

“Quel che rimane è quel che rimane, ma di quel che rimane in quanti sono distratti? Ma di quel che rimane in quanti ne escono intatti?”, rimava così Fabri Fibra nell’ultimo disco dei Sottotono, poi scioltisi, ed è forse questa la domanda che aleggia per tutto il film: cosa è rimasto, e di quanto ci siamo spostati da quel numero zero?
A chi prenderà in mano ora la scena l’ardua sentenza, con uno strumento in più a disposizione per capire davvero da dove veniamo e dove andiamo, noi dell’hiphop. Appunto.

@lucamich23

PS: Sono stati anni magici, riviverli per 90 minuti è stato impagabile.

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