Posts Tagged 'Soul'

Blackalicious Live Home Session: il meglio del soul e del funk mixato da vinile

Ho mixato un po’ di dischi in un percorso tra ghospel, soul, funk ed hiphop, come durante le serate #blackalicious. E’ tutto in presa diretta senza editing, si c’è pure qualche errore mai pezzi scaldano tutti l’anima. Buon ascolto. @lucamich23

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Quando il jazz salvò l’hiphop – da Kamasi a Lamar passando per gli NWA

IMG_20150807_222004E’ passato un po’ di tempo da quando ho scritto l’ultima volta su questo blog, spazio virtuale reso spesso necessario per dare forma a pensieri e per far fluire passioni e suggestioni; in mezzo c’è stata tanta musica, tanta evoluzione, un mese vissuto nel cuore di Harlem a capire dall’interno la cultura di cui mi piace parlare, scrivere e che mi esalta ascoltare, vivere, respirare: quella black, quella solo parzialmente rappresentata dall’hiphop e completata in modo sublime dal Funk, dall’approccio prima che dalla musica Jazz, dal Soul inteso come anima di strada, dalla street culture troppo spessa rappresentata come un genere da vendere anzichè per quello che è veramente: un flusso di stili e contaminazioni che si fanno cultura dal basso.

E’ passato un po’ di tempo anche perchè oggi i pensieri si fanno complessi e spesso districarsi tra le evoluzioni culturali-musicali, lasciando fuori il frastuono dei commenti sterili sui social network, degli slogan pro o contro il tal pezzo o il tal artista, non è cosa semplice. Trovare il tempo per interpretare neppure. Facile codificare i singoli di Drake come “the new thing”, facile far “fare il giro” a pezzi tanto vuoti da diventare tamarri, a simboli tanto manieristici (Kanye?!) da diventare “roba per cultori” del genere anzichè spazzatura quale forse è per davvero (ma chi lo dice se l’establishment musicale crea i personaggi e chi ascolta non ha più riferimenti per giudicare?). Facile? No, difficile.

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Cambiano i paradigmi, il rap diventa un movimento per adolescenti nemmeno più incazzati, che anzi, scompaiono quando l’hiphop fa sul serio come quando salgono sul palco a Milano i Run The Jewels dell’ex Definitive Jux El-P e dell’ex Dungeon Family (mio dio, chi erano costoro?) Killer Mike, e ti ritrovi a seguire il concerto con Ensi, Fritz Da Cat, Lord Bean aka Luca Barcellona, gente che la storia dell’hiphop l’ha fatta in Italia e che le nuove generazioni in gran parte nemmeno conoscono. Paradossi moderni di un genere che ha fatto della conoscenza delle proprie radici e di quelle della musica che campiona (funk, jazz, blues, soul appunto) uno dei mantra e dei credo principali per sapersi auto alimentare e celebrare, salvo poi restare in molti casi puramente auto celebrativo e ghettizzarsi da solo in angoli non bene identificati quasi quanto quelli cercati da Foreman sotto la pioggia di pugni di Alì.

Cambiano i riferimenti eppure sotto la superficie (beneath the surface, come profeticamente pronunciava Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, ancora oggi tra i pesi massimi dell’hiphop capace di unire vecchia e nuova scuola in un’ideale ponte newyorkese tra vecchio e nuovo, passato e presente) si muove tanta buona musica che a volte sfonda la barriera imposta dall’establishment musicale e sovverte anche gli schemi di quest’ultimo, sempre pronto  sfornare hit di rapido ed insipido consumo.
IMG_20150810_092305Ed io non scrivevo da un po’ perchè questo fenomeno era in atto, non ancora compiuto, meritava un’analisi in silenzio. L’hiphop quello più vero, quello che fa di contaminazione, evoluzione e sperimentazione, nel frattempo si è evoluto in musica elettronica di confine: ragazzi nerd dietro ai propri laptop e campionatori hanno originato dischi memorabili al di fuori dei quattro quarti, prendendo più loro dagli insegnamenti hiphop dei nuovi esponenti o supposti tali del genere. Sono nati i Robot Koch,  i SBTRKT, i Godblesscomputers, i Jamie XX, l’ultimo capace di lavorare anche con Gill Scott Heron che l’hiphop l’ha anticipato anni fa con il suo “revolution will not be televised” (cosa che si sta verificando oggi per altro), e di far risuonare la sua voce campionata al Terminal 5 di New York lo scorso agosto in mezzo ad una bolgia di ragazzini festanti, che di Gill Scott non hanno mai sentito parlare ma che sentivano che sì, qualche cosa quel pezzo gli comunicava. Forse tanto quanto il campione di “Good Times” dei The Persuasions, Neri per caso originali riscoperti proprio grazie al campionamento di Jamie XX nell’ultimo disco.

Nuove contaminazioni, fusioni, commistioni…e all’improvviso uno (s)conosciuto: il Jazz. Robert Glasper jazzista moderno si è messo a dar vita al suo “Experiment” tirando in ballo Mos Def ed il soul della Badu aggiungendo i vocoder cari ad Herbie Hancock; il nipote di Coltrane al secolo Flying Lotus, ha deciso che i suoi esordi di omaggio a Jay Dilla potevano fermarsi lì perchè era necessario procedere verso un’altra strada provando a contaminare la sua Los Angeles, quella degli NWA e delle violenze grauite santificate in “Straight outta Compton“, quella del gangsta rap di Dr.Dre e Snoop Dogg su tutti, con qualche cosa di più di qualche eco jazz alla Guru Jazz Matazz (per altro capolavoro di commistione di generi dell’era 90’s dell’hiphop matrice East Coast), portando un approccio Jazz alle composizioni rap in cui voce e strumento diventano la stessa cosa: saltano le regole di metriche e barre e finalmente anche il rap può godere di un approccio free, fresco ed energico…per palati più colti e fini.


Già, Flying Lotus, uno che viene osannato da chiunque ai festival di musica elettronica, ma che riesce a suonare al Vanguard di New York come suo zio venendo indicato come la cosa più significativa successa in campo Jazz dai tempi di Miles Davis, ed allo stesso tempo di prendersi Snoop Dogg ed il suo gangstarismo per elevarlo assieme al rap consapevole di Kendrick Lamar.
Kendrick: il nuovo paladino del conscious rap americano che nei propri storytelling dialoga con Tupac, cita Malcom X non per piaggeria ma per profonda conoscenza del tema razziale, si chiede dove lo sta portando tutto questo e con lui la cultura afro-americana e quando sale su un palco (visto al Primavera Festival a Barcellona) si portam una band di 5 componenti sprigionando un groove di cui sono capaci forse solo i philadelphiani The Roots.

Il rap si eleva con Kendrick a musica per palati fini senza perdere la sua essenza di strada. Si confonde con il jazz e con le melodie del basso elettrico di Thundercat, altra scoperta di Flying Lotus per la cui etichetta brainfeeder incide due dischi monumentali ridando dignità funk al basso elttrico con cui negli anni hanno scherzato i gruppi P-Funk capitanati da George Clinton, che ne frattempo duetta con D’Angelo sul suo Black Messiah, uno dei dischi forse più importanti degli ultimi 10 anni in ambito black music, uscito in un 2015 ricco di blackness come non accadeva da anni. Thundercat dicevo, capace di passare dal suo album solista tra jazz ed electro soul, alle produzioni per Lamar e Lotus (fondamentale il suo apporto in “You are Dead”) per poi entrare a far parte del super gruppo Jazz messo insieme dal sassofonista Kamasi Washington alle prese con il monumentale “The Epic”, disco uscito ancora una volta per Brainfeeder etichetta di Flying Lotus e che vede nei pezzi suonati con Thundercat dei veri e propri capolavori sospesi tra Coltrane, Miles e Sun Ra, citando e campionando ancora una volta Malcom X. E pensare che proprio Kamasi è nascostro dietro a molte produzioni dell’ultimo disco di Kendrick, Pimp like a butterfly…

Kamashi Washington's new album, The Epic, comes out May 5

Kamashi Washington’s new album, The Epic

Intrecci infiniti, suoni che si evolvono in continuazione verso un’epica evoluzione del concetto di soulfood, cibo per l’anima, cosa che la musica rappresenta per gli afro-americani, e che di singoli faciloni da radio non se ne fa un benemerito, salvo poi collimare in pezzi da club, consapevolmente, in cui puoi trovare a duettare Kendrick con il socio Asap Rocky su ritornello di Drake.

Ecco perchè non scrivo di getto, perchè la realtà è meravigliosamente complessa. Come associare PIMP e BUTTERFLY nel titolo di un album che riassume perfettamente il senso di tutto questo sfogo digitale. Evoluzione è ricombinazione. Siamo pronti.

Luca “Luke” Mich
twitt: @lucamich23

 

Wendy Rene, after laughter comes…tears

Saranno almeno 5/6 anni che durante le infinite sessioni di digging che metto in atto nei negozi di dischi di mezzo mondo (New York, Londra, Chicago, Amsterdam, Monaco, Berlino, Bologna ecc. ecc.) immancabilmente mi muovo al termine dagli scaffali alla cassa chiedendo, a volte timidamente, a volte con molto più coraggio a seconda della dose di black music di cui mi pare fornito il negozio, se per caso, tra i classici scatoloni ammassati e polverosi che contraddistinguono i reparti soul/ghospel, ci sia per caso traccia di una certa “Wendy Rene” e del suo “After Laughter comes tears“.

“Whuat da ya say? Guendy Twene?” la risposta che più di una volta mi sono sentito dire. “I dunno“, l’altra classica. “Never heard ‘bout it”, la più scoraggiante.

Ma sì, è la soulsinger campionata dal Wu-Tang Clan in 36 Chambers per il pezzo Tearz. Niente, vuoto assoluto.
Solo una volta, in un negozio Jazz di Chicago, un commesso mi ha dato, non dico una speranza, ma almeno il sentore che non mi stessi inventando tutto e che quel pezzo apparso poi anche in colonne sonore prestigiose come quella di Slevin patto criminale, e re-interpretato in maniera magistrale non troppo tempo fa (2007) persino da Alicia Keys per il suo album “As I am”, esistesse sul serio e non solo nella mente di un ragazzo bianco proveniente da un paese sperduto nell’alto Trentino che di soul si suppone debba saperne meno di zero. Ora non mi considero certo un esperto totale in materia, ma un po’ mi sento di masticarla sta storia della black music e del suo percorso e se i Wu-Tang hanno campionato Wendy Rene e la Stax records l’ha messa sotto contratto nel ’64 qualcuno doveva e dovrà pur conoscerla! Eppure niente di niente, nada, zero, nisba.
Fino al 10 febbraio 2012…data nella quale l’etichetta di Seattle, lontana solo apparentemente dall’influenza musicale del lungo Mississipi e del Tennesse, luogo dove dimora tutt’oggi la vecchia vedova Wendy, l’etichetta dicevo che va sotto il nome di “Light in the Attic” ha deciso di recuperare, rimasterizzare e ristampare in doppio vinile da 180 grammi, ogni singolo pezzo mai inciso (2 inediti compresi) da Wendy e dal suo gruppo soul “The Drapels“. Un piccolo sogno musicale che diventa realtà.

Il disco è accompagnato da una lunga intervista a Wendy fatta proprio a casa sua nel Tennesse nel novembre 2011. Vi si legge la genesi del pezzo che l’ha resa celebre (almeno fino a quando la memoria dell’umanità intera è stata resettata e lei è canduta nel dimenticatoio), la storia commovente degli inizi con la Stax (l’etichetta soul più importante della storia della musica che ci ha regalato Othis Redding, The Bar-Kays, Isaac Hayes, Brooker T) all’età di 17 anni e si apprende della solarità di questa donna oggi rimasta sola in mezzo ai vecchi ricordi dei tempi che furono. I suoi figli qualche anno fa le hanno fatto sentire i pezzi dei Wu-tang e di Alicia che riportano i sampler di After Laughter, ci raccontano abbia sorriso e abbia detto “What? My Song? That Old? What?”.

E così la magia continua, fomentata da qualche rara immagine di Wendy scattata ai tempi che furono.
Ecco, se c’è una musica che ha valore, anche se ristampata e confezionata per i feticisti del genere, per me è questa, per la storia che ha avuto (come dimenticare le note di tearz del Wu Tang suonate da RZA durante il concerto al link del marzo 2003?), per la ricerca che ha richiesto, per le emozioni che mi ha dato tenere in mano finalmente un oggetto fisico con dentro incisa la voce di Wendy Rene. Impagabile.

Luke

James Blake: se il dubstep incontra il soul

La notizia è di quelle da lasciare a bocca aperta. La creatività nel genere dubstep non è morta con Burial. Wow! Mica male come inizio no? Si perchè in Inghilterra si muove tra cameretta e clubs tale James Blake, fenomenale producer 22enne con voce da afroamericano, grande gusto per le produzioni elettroniche intepretate in chiave soul/ghospel e faccia da schiaffi capace di mettere in fila i migliori producer inglesi e non nel campo del genere più in voga nell’Europa che ha un senso (musicale e non solo).

Nel 2010 il Nostro ha fatto uscire 2 EP molto godibili, CMYK e Klavierwerke, che lasciavano presagire un debutto su LP strabordante. E così è stato grazie alla recente (febbraio) uscita omonima per Atlas: un inno alla creatività che unisce in modo leggiadro, avvolgente, sapiente due generi fin’ora sfioratisi appena in qualche produzione di Burial e Skream come il soul ed il dubstep (non-genere dal potenziale enorme in grado di re-inventarne altri). E se Anthony (and the Johnson) è a tratti vicino ed evocabile (“Give me my month”) in 11 pezzi è il “mai sentito” a farla da padrone.

Tutto inizia con la malinconica “Unluck” e con la struggente “Wilhelms Scream”, 2 pezzi che tracciano il solco di quello che il disco sarà: un viaggio in barca a remi su un fiume nebbioso e confuso su cui si affacciano vecchi spettri ma anche nuove prospettive.
Da una parte il canto sofferto di Blake: puro, cristallino e solo in pochi casi (“Lindersfarne I” e “II”) supportato dall’autotune (applicato in maniera magistrale), dall’altra i bassi decisi ed avvolgenti della dubstep accompagnati da synth puntellati qua e là da maestro quale un 22enne non può per forza di cosa essere ed invece è.

E poi ci sono i silenzi, utilizzati alla maniera di Miles Davis. Perchè lavorare di sottrazione è molto più difficile che riempire ogni spazio disponibile con il proprio talento (“Lindersfarne I” e “Limit to your love” le prove più lampanti). Sono i silenzi a rendere senza precedenti le atmosfere liminali create da James. Loro e i bassi potenti, decisi, di cui il soul ha fatto spesso a meno.
Ne sono convinto, sentisse James Blake, Marvin Gaye chiederebbe oggi stesso una cover di “What’s going on”.

Voto 9. Da ascoltare in cuffia in giornate uggiose.
Luke

Aloe Blacc, Marvin Gaye ringrazia

Esce oggi il disco di Aloe Blacc, soulsinger di casa Stones Throw al suo secondo disco, il primo ufficialmente SOUL.
Voce cristallina, toni alla Marvin Gaye e un mood motown di derivazione “wonderiana” che in pochi altri cantanti moderni possono dire di avere. Qui propongo il singolo Femme Fatale, il secondo estratto dall’album “Good things” dopo “I need a dollar”. Il pezzo è una cover, e che cover, dei Velvet Underground. Buon ascolto. Un consiglio…compratevi l’album se amate la musica black.


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