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La volta in cui incontrai Bobbito Garcia e Kevin Durant

Ripubblico qui il mio primo articolo per La Giornata Tipo, pubblicato dopo un esaltante viaggio negli Stati Uniti nell’agosto 2015, passato a girare i campetti di New York City e vivendo le strade di Harlem.

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Se sei un appassionato di basket e decidi di passare un mesetto estivo a New York City per seguire sui playground cittadini le orme dei pionieri Federico Buffa e Daniele Vecchi con Black Jesus e Playground Stories sotto braccio, sai che puoi aspettarti ti succedano cose incredibili da un momento all’altro, sai che quella sensazione unica che provi solo a NYC ed in pochi altri luoghi al mondo dove se qualcosa di bello può accaderti semplicemente accadrà, sarà amplificata all’ennesima potenza.

Guarda caso è quello che mi è successo nell’agosto del 2015 quando pallone sottobraccio, canotte in rigoroso cotone sweat-proof (ma dove?) e nike KD ai piedi, ho deciso di ripassare dal vivo le playground stories di Vecchi e di vivermi in prima persona il sogno di giocare in tutti i campetti che hanno fatto la storia di questo gioco: dal tostissimo The Goat passando al pluricelebrato Rucker Park agli stra-frequentati campi dei Brooklyn Piers, The Cage, Soul in The Hole (postazzo che vi raccomando).

Per un ragazzo nato e cresciuto in montagna ma contaminato dal materiale radioattivo del rap, della cultura black, degli sport americani e tutto ciò che è afroamericano-centrico, la meta naturale non poteva essere che Harlem, 147th Street West, dove i tassisti indiani ti sconsigliano di avventurarti, dove gli ebrei ortodossi schifano i battisti e dove, guarda caso, accadono le cose più interessanti dell’intera Manhattan perchè è qui che le strade al sabato si colorano di party hiphop, di mercatini dove le icone celebrate per tutto l’anno e non solo a febbraio (black history month in America), sono quelle di Malcom X, Martin Luther King ma anche Jesse Owens, Stockley Carmichael, Angela Davis, Muhammad Ali. E’ qui che è nata la cultura di cui mi nutro fin dalla mia pre-adoloscenza, l’immaginario su cui hanno lavorato i fotografi Hopker, Gordon Parks, Martha Cooper, afroamericani che hanno fatto arrivare i loro lavori documentaristici e fotografici, in epoca pre internet, fin lassù in mezzo alle montagne dove qualcuno poteva, nonostante le distanze culturali, recepirne il messaggio e la fascinazione. Harlem è piena di storie, personaggi, musica, immersi in un mood da villaggio africano evoluto che è forse l’essenza stessa della popolazione afro-americana, quella raccontata in Shaft, Foxy Brown e negli altri film di culto della geneazione Blacksploitation anni ’70.

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Naturale quindi che ad ospitarmi ad Harlem, mi attendesse Michelle Wilson, big-mami amante di R&B ed imprenditrice di successo nel mondo del music business afro-americano e già collaboratrice di BET television (il canale dedicato specificatamente agli afro-americani) che millantava conoscenze con Quincy Jones, collaborazioni early 90’s con Tupac per il suo primo video e altre perle di rara incredulità alle quali mi accostavo con assoluta devozione durante le nostre cene roof-top a base di pollo alle arachidi, pollo fritto, pollo in salsa, pollo e patate, pollo e qualsiasi altra cosa vi passi per le mani mentre cucinate.

Sarà lei ad introdurmi negli ambienti più veri di Harlem e a consigliarmi gli orari migliori per incrociare il mio palleggio con quello dei locals, suddivisi in egual modo tra latini che hanno passato decisamente troppo tempo a studiare le mosse di Stephen Curry (leggi sparando a cazzo e non passandotela per niente al mondo), e tra afro-americani modello difendo poco ma se me ne metti due in faccia poi ti spiego perchè mi chiamano the equalizer. Ma qui mi fermo perchè pericolosamente in direzione aneddoti che voglio tenere per altri possibili scritti in tema.

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15 agosto 2015: è una domenica super soleggiata, in città ovunque si celebra il cinquantennale dal primo torneo di basket di strada organizzato a New York, su quel Rucker Park che ancora vede esibirsi durante il torneo EBC Tournament che dura da maggio fino ad agosto e si disputa su un vero parquet in stile NBA, sia stellle di basket pro che eroi dei playgorund locali, seguiti immancabilmente da supporter a bordo campo con commenti succulenti in stile barbershop conversation (chiacchiere da barbiere), sempre pronti a sostenere che il loro pupillo ha fatto il culo quadrato a Kenny Anderson giù a Park Slope negli anni 90 ma poi le caviglie non gli hanno retto ed ora è qui a giocare minuti di qualità nel team in maglia bianca, che Latreell Sprewell a Carlesimo avrebbe dovuto sgozzarlo una buona volta e che quella sera in cui KD ne mise 60, era lui ad averlo accompagnato dalla stazione della metro al rettangolo magico. Tutto vero, tutto registrato.

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Giornata di celebrazione quindi ed ovunque, ma veramente ovunque, si disputano tornei più o meno ufficiali (Under Armour, Nike, Jordan ed Adidas organizzano addirittura invitational per le stelle delle high school), praticamente la celebrazione mondiale della botta di culo del trovarsi nel posto giusto al momento giusto (che vi dicevo all’inizio?).

Fatto sta che passeggiando a Brooklyn in cerca di sfide, particolarmente difficili da trovare in una giornata di tornei ufficiali, mi imbatto nell’invitational di Nike, organizzato nel piazzale antistante il Barkeley Center. In quel momento sono il baller più felice del pianeta: sto vedendo a pochi centimetri dei mostri di atletismo che si sfidano apertamente in crossover epici mentre da casse abnormi poste a bordo campo fuoriescono pezzacci hiphop di culto e dal microfono del commentatore frasi come “this is boogie, every basket is a cookie”, “just finish your breakfast and do it for the people per incitare al mangiarsi l’avversario nei primi secondi dell’azione… sono lì a godermi tutto questo quando ad un certo punto scorgo una faccia famigliare che mi invita a prendere un flyer che parla di un altro torneo che si svolgerà al martedì su ad Harlem, 108th West.

A me quel tipo pare di conoscerlo però… la sua voce mi ha accompagnato in diverse nottate a giocare a NBA Street, le sue compilation hiphop sono state spesso la fonte da cui scoprire pezzi inediti di gente come Notorius BIG e Fat Joe e, sì, in un viaggio precedente nella Big Apple, ho pure sgamato il suo libro “Where did you get those?” (il primo libro di sempre a parlare di sneaker culture) in un piccolo negozio di Harlem ormai chiuso (Harlemade). Oltretutto è di recente uscito un suo docu-film sul basket nei campetti “Do it in the Park” che qui viene chiamato “pick up game” (perchè scegli (pick) i tuoi compagni a caso tra i presenti) e che ha in grossa parte ispirato il mio viaggio…

“Ehi man, you are Bobbito Garcia, right?” gli faccio, e lui “of course man, nice to meet you”…

Ok, ora, di tutte le persone al mondo che potevo incontrare in un viaggio in solitaria a NYC mai mi sarei aspettato di incontrare proprio Bobbito… complice, artefice, colpevole di aver praticamente creato il mostro di cui mi nutro, la passione per la pallacanestro e per la street culture, di averla narrata in lungo ed in largo su ogni mezzo possibile.. roba da far invidia a Spike Lee (i due sono pappa e ciccia tra l’altro). Ma come poteva essere lui?! Lì, in quel preciso istante a distribuire dei merdosissimi flyers per “rubare” pubblico per il suo torneo.

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“Bella Bobbito, really great to meet you, you are the reason why I’m here, on purpose from Italy to play street-ball”, “oh man for real? Grazie, Amico italiano tu giocare con me martedì”. Are you scherzing?” (potrei averglielo detto veramente).

“I wait for you and tonight come to listen to my show, it’s everything on the flyer”.

In sostanza avevo appena incontrato un personaggio di assoluto culto, quasi sconosciuto in Italia perchè la sua figura da noi è l’equivalente di un Federico Buffa fuso con un Bassi Maestro, mi aveva appena comunicato che potevo iscrivermi anch’io ad un torneo di basket a New York perchè basato sull 1Vs1 e che sì la sera avrebbe pure suonato con il fido compare Stretch Armstrong gratis a Central Park ad una vera Jam, che poi avrei prontamente visto, con ospiti speciali che hanno fatto la storia del rap di NYC: Fat Joe, Pete Rock, Parahoe Monch, Rob Swift… gente che mai mi sarei sognato di veder suonare sui palchi di casa. Che poi quella sera fosse anche quella della prima mondiale del suo docu-film “Radio that changed lifes”, a quel punto non era nemmeno quotato.

Si perchè oltre ad essere il king delle strade della mela, Bobbito è anche colui che assieme al DJ Stretch Armostrong, nei primissimi anni 80 ha avuto per primo l’idea di trasmettere, in diretta da una radio universitaria, la musica hiphop, di fatto portandola dalle strade alla radio per la prima volta e facendo da trampolino di lancio per rapper alle prime armi quali NAS, JAY Z, NOTORIUS… ed il documentario che ho avuto la fortuna di vedere in anteprima e che è ancora inedito in Italia, parlava proprio di questo… come dire, avevo vinto al toto calcio del karma… E siccome per dirla alla Buffa, il caso è una divinità ampiamente sottovalutata, sulla strada del rientro verso Harlem mettendomi in coda nei pressi di un chiosco produttore di bagles che i locals definivano leggendario, mi capita di incrociare pure un certo Kevin Durant, passato di lì a Brooklyn in un celebre Flea Market (mercato delle pulci) per una visita amichevole e per consegnare personalmente una sua Jersey autografata al paninaro locale. Storie americane senza eguali al mondo insomma… di cui ero spettatore non pagante.

Dopo la sbornia di black music e casualità spinta, heading up to Harlem, tornando a casa, mi accorgo che sul flyer è riportata la mail personale di Bobbito con la quale è possibile iscriversi al suo leggendario ed internazionale (ne esistono edizioni in Giappone, Australia, Francia e Africa) Bobbito Garcia’s Full Court 21th: una mattanza globale nella quale, commentati da Bobbito in prima persona dotato di megafono, una serie di cristoni afro si sfidano al loro gioco del 21 a tutto campo, lo stesso che si pratica in ogni campetto quando il numero dei presenti non permette di giocare un regolare 3vs3, 4vs4 o 5vs5… quando si è in pochi e dispari insomma,

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Ecco se quando in promozione vi sembrava di morire al secondo suicidio comandato dal coach, immaginatevi cosa possa provare un bianco di 1.80 per 70kg in una sfida che prevede di affrontare il sosia di Spudd Webb, il fratello grosso di Kevin Garnett, il cugino magro di Baron Davis e l’equivalente di Kris Humpries ma con capello heavy metal style, ad un giochino che prevede una partita di 21 a tutto campo. E che sarà mai? Il 21 in fondo è una gara a chi segna più tiri senza sbagliare no? Niente di più diverso al di là dell’Oceano: il 21 prevede che chi ha il possesso, sfidi in 1Vs1 tutti i gli avversari che a turno vanno a difendere su tiro o penetrazione, e che poi lottano tutti tra di loro per il rimbalzo su eventuale tiro sbagliato. Se segni palla tua e tiri liberi, massimo 7, poi ancora 1Vs1 alla morte di chi ha preso il rimbalzo e così via fino al 21 che devi raggiungere, non superare, altrimenti riparti da 15. Inutile dire che dopo un paio di jump shots dalla media messi a segno per grazia divina ed un commento entusiasta di Bobbito che mi epiteta come “l’Italiano”, passo i 20 minuti più da incubo di sempre su un rettangolo di asfalto, roba che al confronto i 40 ad attendere la sirena in promozione contro la prima in classifica, sembrano passare alla velocità della luce. A rimbalzo non la rivedo mai più, provo a difendere duro ma ritrovo spesso scaraventato a terra, accarezzo la palla su una stoppata ma lo faccio regolarmente in modo falloso, insomma una caporetto. Finisco per essere il secondo ad uscire eliminato dal campo mentre l’amico (avrei approfondito la conoscenza a fine match) Tyson Harnett, editorialista di un giornale locale (dice di scrivere saltuariamente anche per il Post) e tra le altre cose già campione in carica della competizione nel 2014, va a vincere all’ultimo tiro contro l’imprevedibile Spudd Webb ed i suoi 165 cm al massimo di pura cattiveria agonistica.

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E’ un’esperienza mistica, a partita finita prendo posto boccheggiando accanto al tavolo del segnapunti dove mi chiedono che ci fa lì un italiano non di new york, come faccio a conoscere Bobbito e se mi va di tornare su quel campetto per le prossime sfide di qualificazione… se passi alle finali hai la possibilità di giocare contro i vincitori delle edizioni internazionali del Garcia’s Full Court. Purtroppo il rientro in Italia, dove mi aspettano campetti leggermente meno interessanti e che non hanno esattamente esposti i banner dei Knicks e di Slam Magazine ad attestare prestigiose partnerships, è previsto di lì a qualche giorno e mi limito a dire che più che a giocare una seconda volta proverò ad organizzare l’edizione italiana del Full Court! My man Bobbito accetta la proposta e mi porge già i contratti di licensing, da allora sulla mia scrivania come reliquia.

Sono le 21.30 sulla 108th Street West a Manhattan sul Grover Whashington Playground, vedo gente che ne fa sedere altra in palleggio e poi vola ad appendersi al ferro, vedo l’edizione femminile che supera in intensità quella maschile e penso che sì, il caso è davvero una divinità sottovalutata e che il basket è un contenitore di storie senza rivali sul pianeta.

So long Bobbito e thanks for the opportunity. #nyc15

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See you in New York City Derrick

Recupero anche su groovenauti.com, alcuni articoli apparsi su altri magazine/blog on-line come La Giornata Tipo che ringrazio per lo spazio…

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E’ il 2011, a Chicago è arrivato da un paio d’anni un piccoletto esplosivo come se ne sono visti pochi nella storia della palla a spicchi, che, nato sui campi della città, gioca per i Bulls riaccendendo il fuoco che bruciava per quella squadra negli anni ’90 ai due lati del Pianeta. E’ marzo e Derrick Rose sta per affrontare in una partita decisiva per il 1° posto nella Eastern Conference i Boston Celtics di Rondo, Garnett, Allen e Pierce, vicecampioni NBA l’anno prima contro i Lakers.

Tra gli spalti, compare un trentino cresciuto a kilometri di distanza ma con il sogno di entrare un giorno allo United Center e poter finalmente lasciare andare le emozioni sul pezzo degli Alan Parson Project che notoriamente apre le danze dei Bulls e sentire quelle note scorrergli nelle vene dopo che per anni erano state coperte dalla voce di Guido Bagatta e dalle pubblicità mai troppo brevi della, grazie a dio scomparsa, TeleMontecarlo. Ci vuole un po’ a scollarlo dalla statua del messia, sistemata nel piazzale antistante al “palazzetto”, ma non così tanto da fargli perdere l’occasione di entrare tra i primi 500 nella mecca del basket chicagoano aggiudicandosi un oggetto del tutto superfluo ma splendidamente marchiato a fuoco con il toro simbolo non tanto di una squadra ma di un’intera epoca, quegli anni ’90 in cui la canotta rossa n°23 dei Bulls della Champion la compravi alle “Sorelle Ramonda” non nei footlooker o da Mitchell & Ness.

“Ehy man you are gettin’in pretty early”, “yes but you know, I’m coming from Italy, il dialogo che va inscena con una tifosa all’entrata giunta dal North Carolina per lo stesso motivo. “Oh my god Italy for real? Love that, Italy where?” “North part, from a little town in between the mountains close to…Venice” (3 ore di passi invalicabili a separarmi abitualmente dalla Laguna).

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Le spiego che sì in buona sostanza il motivo del viaggio tra una Philly Cheestake a Philadelphia, un primo contatto con il playground “The Goat” a New York e un contatto ravvicinato con quelli del you know is like, oh my god” (intercalare a dir poco abusato dagli americani soprattutto nelle fasce giovanili che affollano gli ostelli e i locali di basso rango nei quali mi affaccio con continuità e discreta disinvoltura), si insomma che in buona sostanza sono lì per vedere Rose battere Rondo a colpi di crossover, prendersi la testa della Eastern Conference per la prima volta dall’era MJ e vincersi un titolo di MVP che avrebbe del clamoroso quanto quello vinto da quell’altro piccoletto di cui conservo il santino nel portafoglio tutt’oggi per la gioia di parenti, morose e carabinieri al controllo patente: Allen Iverson.

“Oh my gosh I think you are one of the most committed fans I have ever know!” (crede che io sia uno dei più folgorati che si apprestano ad entrare allo United Center) e mi rivela che è il mio giorno fortunato: non solo vedrò Rose e le due squadre al completo, ma all’intervallo scopriranno pure la statua di Scottie Pippen. Dicono che il suo cognome sia la parola più facile da pensare e pronunciare in presenza dell’avvenente moglie, prontamente presente allo United.

Che dire, sta per accadere una di quelle convergenze astrali che sarò in grado di realizzare solo anni dopo.
La situazione ha ovviamente del surreale: sono lì nel piazzate dello United, solo, eppure circondato dalle prime migliaia di persone in arrivo a palazzo, intento a discutere di basket con una signora dell’età di mia madre, nata e cresciuta nel North Carolina (si quello di Michael Jordan, che mamma conosce grazie a Space Jam), che di kilometri per vedere Rose ne ha fatti quasi quanto me e che mi benedice per avermi incontrato (il “bless you” americano è davvero figlio di un retaggio derivato dai padri pellegrini in avanscoperta verso Ovest e tradotto in italiano e portato nel nostro contesto culturale, suonerebbe più o meno come il saluto che solo un prete ammiccante o una catechista particolarmente petulante, potrebbe porti a fine confessione).

Sto per vedere Derrick Rose dal vivo. Non sto nella pelle, sto per vedere Derrick Rose dal vivo e provo una strana senzazione di Dejavu, come se io davanti a quel palazzo ci fossi stato centinaia di volte, e quella statua posta lì a pochi metri, l’avessi vista dal vivo in diverse occasioni, come se facesse parte del mio vissuto più profondo. Dopo un paio d’ore passate a fantasticare, entro nell’arena e mi do da fare per raccattare quanti più gadget possibili con un toro rosso stampato sopra, roba che ancora oggi mi chiedo cosa mi fosse passato per la testa: 3 Benny da bull in miniatura con divise diverse erano proprio necessari?

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Prendo posizione qualche metro sopra al parterre – oh, a Chicago non è che ci ritorni tanto facilmente, tanto vale separarsi da qualche pezzo in verde in più vista l’occasione – e attendo l’entrata dei tori nel palazzo. Quando le luci si spengono e partono le note di “Sirius” degli Alan Parson Project, non sono già più in me stesso: la pelle d’oca lascia spazio ad un piumaggio che mi avvicina probabilmente ad Howard il Papero e il nome di quel numero 1 pronunciato dallo speaker non solo non lo sento per il caos infernale dei fan, ma non lo vedo nemmeno entrare, coperto da fumogeni e bandieroni che non ho mai visto prima in un palazzo NBA (avete mai notato la coltre di fumo, visibile anche in TV, che si alza prima della palla a due allo United Center? Fateci caso…le immagini iniziali con riprese da bordo-campo non sono mai limpidissime).

Ha poi inizio la partita: fisica e frenetica, probabilmente (ma tra piumaggio e litrozzi di birra in corpo, più economica per altro che al Madison, non potrei giurarci) tra le + clamorose mai viste dal vivo. Rose stende Rondo a ripetizione, cerco di beccarlo con una telecamerina – di smartphone neanche l’ombra, nokia smarz for life – a più riprese ma è semplicemente troppo rapido, ispirato, esplosivo. Quando segna l’arena si incendia, il pubblico si batte dei gran high-five e niente di quello che vedo sembra andare a velocità normale.

In quel momento preciso è MJ travestito da Derrick Rose, ed è un uomo in missione per una città intera. Le strade sono tappezzate di sue gigantografie, Adidas spende il budget annuale per creargli un’immagine epica, come se ce ne fosse davvero bisogno, i bar di Chicago propongono succhi aromatizzati con il “Rose Flavour”, in metro non si parla che di lui e sì, il mondo è ai suoi piedi e con buona pace di quello che nel frattempo è andato a Miami mettendosi sulla strada proprio del n°1 (credo gli debba un anello almeno, ma questo è un giudizio viziato dal tifo), ne sono testimone. La partita la vincono i Bulls, Rose ne mette una trentina uno più bello dell’altro, Garnett ridefinisce il concetto di trash talking, Ray Allen quello di tiro, Pierce quello di spacciatore, i Bulls vincono la Conference e Rose è MVP, dopo Iverson, prima di Curry, è il più giovane di sempre, uno dei più piccoli ever (22 anni). E’ storia, è la storia di Chicago, trasuda South Side, strada, rivalsa.

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Kanye e Common, la crema della scena rap Chicagoana, lo citano nei loro pezzi da classifica, l’Adidas costruisce le calzature attorno al concetti di forza, leggerezza e potenza che mai prima di allora si erano palesati così bene e così compiutamente in un cestista, fatta eccezione forse solo per Starbury che però non valeva la metà di Rose in stacco da terra.
D-Rose col suo numero 1 che ricorda molto la storia del prescelto, con i continui ammiccamenti alla storia recente dei tori, con i 5 virtuali voluti dalla Lega a sua maestà MJ del quale è destinato a prendere il trono, D-Rose con la faccia da bravo ragazzo ma con una forte street credibility data dal sopracciglio alla “Tormento” e alla pelle butterata che pare si sia appena rialzato da una strisciata sull’asfalto dopo una caduta in contro-piede, D-Rose dicevo, è l’uomo giusto al momento giusto per riacchiappare tutti i fan di AI, per tornare alla hip hop era edulcorandola e ripulendola un pochino nell’immagine. D-Rose è The Man.

Quello che succede dopo lo sappiamo tutti fin troppo bene: i 2 infortuni di cui il primo avvenuto come pena del contrappasso, quasi per punizione divina in seguito all’annata clamorosa da MVP (il più giovane della storia a riuscirci), i rumors sulla sua presunta mancanza di leadership, di forza di volontà nel voler tornare quello di prima, di rapporto non idilliaco con una dirigenza che con lui ha già perso troppo tempo.

Quella sera di marzo a Chicago però, quella della statua di Pippen e di tutte le pippen che ne sono seguite per un fan dei bulls dopo l’entrata allo United, tutto questo era lontano, impensabile, improbabile, impossibile. Anything is possible, diceva però Kevin Garnett, altro figlio (adottivo però, Farragut Academy) di Chicago. Arriva la notte del 23 (un caso?) giugno 2016: i Bulls decidono, a suo dire in modo inaspettato, di spedirlo a New York City in cambio di bruscolini e due pacche sulle spalle, con buona pace di Josè Calderon e Robin Lopez.

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New York lo si sa, ha un debole per le point guards, normalmente streetplayers dalla lingua tagliente, zero tiro da fuori e penetrazioni fulminee che possono concludersi in due modi: avvitamento a centro area tra 3 giocatori avversari con palla appoggiata in spin alla tabella, o con uno scarico fuori sul perimetro per l’ala tiratrice di turno, mai scelta come prima opzione offensiva, bensì come piano B in seguito ad una rinuncia a tirare “at the buzzer” della point guard in questione. Ne sono gli esempi lampanti Pee Wee Kirkland, leggenda dei playground newyorkesi, Stephon Marbury, giù a Coney Island (che il tiro da 3 l’ha messo su una volta finito nel New Jersey, tanto per poter avvicinarsi idealmente a casa e sentirsi meno abbandonato nello Stato Giardino), Kenny Anderson e il venerabile Mark Jackson, play puro sangue dal fisico taurino amante del penetra e scarica soprattuto in giovane età. Non parliamo poi del Greatest of All time, almeno su un playground, Earl Manigault: penetrazioni e schiacciate dall’alto del suo metro e 80 scarso, di tiro neanche parlarne.

E Rose allora? Fisicamente e balisticamente ha tutti i numeri per giocarsela con i grandi del passato nel ruolo e per entrare quindi di diritto tra i beniamini dei newyorkers, è però curioso che allo stato attuale della sua carriera, Derrick non possa più essere il giocatore che NYC si aspetta in quella posizione e con quel fisico. Velocità ed esplosività non sono più quelle di un tempo, per non parlare della “cazzimma” che sembra scesa notevolmente un po’ per paura di nuovi infortuni, un po’, si vocifera da Chicago, per presunti atteggiamenti un po’ più rilassati del nostro, meno propenso a buttarsi in area all’arma bianca. Toccherà allora fare il processo inverso ed inventarsi più tiratore, proprio a New York, la patria di The Cage, dove se tiri da tre significa che stai tirando praticamente dalla tua area visto quanto è piccolo il playground di West 4th Street.

Che poi Rose ci avrebbe anche provato nell’ultimo anno a migliorare sui tiri da fuori, peccato che uno stile così istintivo ed un’attitudine di strada come la sua, male si sposino con un’etica lavorativa al tiro da perfezionista richiesta invece per diventare tiratori almeno credibili.
23 giugno quindi. Rose lascia Chicago, Chicago non lascia Rose che risponde indossando il n°25, quello di Simon Career Academy, Chicago, Illinois, South Side: è il numero di Ben Wilson, ex promessa chicagoana morto ammazzato nel 1984 da uno scontro tra bande. Puoi portare l’uomo fuori dal ghetto ma non porterai mai il ghetto fuori dall’uomo dicono nei Project americani.

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E’ un po’ come per un appassionato e Bulls-fan della prima ora che ha visto giocare Rose allo United Center nel 2011: puoi portare via Rose da lì ma non potrai mai portarglielo via dalla sua Chicago, quella che in fondo al cuore, si sta ancora giocando quella partita punto a punto con Boston, e quella serie con Miami, e quella maledetta partita di playoff contro i Sixers che ha cambiato per sempre la sua carriera.

Quello che ha fatto incontrare uno sbarbo italiano e una massaia benedicente del North Carolina in un parcheggio di una delle zone più losche dell’Illinois. Quello delle congiunzioni astrali e delle leggi di Murphy, che contrariamente a ciò che molti pensano dando loro accezioni negative, riassumono molto di questo tipo di storie teorizzando che “se qualcosa può succedere, accadrà”.
Vero Derrick?

See you in New York City, again.
@lucamich23

 


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